Squadra che vince non si cambia. L'avranno pensata cosi alla Warner quando hanno pensato di chiamare Jeff Blue per produrre questo cd. Sfruttando dunque l'onda del tanto discusso "Hybrid Theory" targato Linkin Park, e co-prodotto dallo stesso J.Blue insieme all'altro 'uomo Warner' Don Gilmore, esce "Disconnected", album scontatamente nu metal targato Dry Cell.
Quello che si constata purtroppo è che oggi i producer e i loro scagnozzi dicono la loro anche troppo sulla composizione dei pezzi, sicchè il qui presente "Disconnected" si presenta pressochè perfetto nelle sue parentesi hip-hop e nel suo incrocio tra due vocalist, (questa storia mi sembra di averla già sentita), ma pecca di creatività, salvo qualche interessante sprazzo specialmente nella parte iniziale dell'album. Innanzitutto parto col dire che i Dry Cell sono una band nata in California (tanto per cambiare), e fino ad ora hanno pubblicato un solo lavoro, appunto il medesimo "Disconnected".
Pezzi come "Slip Away" e "Underneath The Sun" sono decisamente azzeccati e le linee vocali del duo J.Gutt e D.Warsieski sono grintose e mantengono uno stile 'radio-friendly' accettabile anche se risultano sin troppo perfette e patinate. Il primo e unico singolo estratto dal cd è "Body Crumbles", facente anche parte dell' OST del film "Queen Of The Damned" (indovinate un pò quale altra band ha collaborato all'OST del film), c'è da dire comunque che il pezzo è buono, le chitarre sono aggressive senza mai strafare, e come spesso accade in questi ultimi anni alle band quali i Dry Cell, il basso è praticamente inesistente almeno che non abbiate un impianto hi-fi di una certa potenza. Molto scontate e patinate le urla di "Sorry" e "Last Time", tuttavia entrambi i pezzi strizzano positivamente l'occhio all'alternative rock risultando accettabili. Si presegue con un po' di mediocrità e monotonia con pezzi come "Forever Beautiful" e "Brave". Per farla breve l'album, nel globale, scivola via senza infamia e senza lode. Sicuramente non un cd da acquistare, ma per quello mostrato soprattutto nella prima parte, il lavoro strappa la sufficienza piazzandosi comodamente come riempimento in un genere (il nu metal, quello 'pulito') che ormai è morto e sepolto, ma che ad intuito tornerà a breve con una formula diversa. Vedremo cosa si inventeranno i cervelloni della Warner, quale tipo di piatto ci piazzeranno, o quale minestra riscaldata ci proporanno a breve, Linkin Park docet.