"Ogni uomo prega nel proprio linguaggio, e non c'è linguaggio che Dio non capisca".

Parole sante quelle che fanno da sottotitolo al primo dei "Concerti sacri" di Duke Ellington, sante e piene di semplice buon senso. Provate però a farle entrare nella testa di un rappresentante ottuso di una certa gerarchia ecclesiastica che, nel 1965 come ora, era specializzata nel negare l'evidenza e pretendeva di dire la sua su ogni argomento, con particolare predilezione per quelli su cui non aveva alcuna competenza né cognizione. Ecco dunque le parole del Reverendo John D. Bussey, che pur ammettendo di non aver ascoltato la musica del Concerto ellingtoniano, sputa ugualmente il suo anatema fondamentalista: "Il concerto va condannato perché la vita del compositore, così legata ai locali notturni, è in contrasto con tutto ciò che la Chiesa rappresenta". Al che un Duke Ellington più stupito che indignato da cotanta idiozia tetragona, risponde con una lezione di umiltà cristiana: "Io sono solo un fattorino che cerca di portare a destinazione un messaggio. Se io fossi un lavapiatti in un locale notturno, forse che non potrei metter piede in una chiesa ? Forse Dio non accoglie più i peccatori ?".

Nato sotto questi auspici non proprio benevoli, il Concerto di musica sacra in forma di jazz per fortuna saprà imporre la sua bellezza anche alla maggior parte della Chiesa stessa, che isolerà le ali più bigotte e già alla fine dello stesso anno permetterà la sua esecuzione nei locali della Fifth Avenue Presbyterian Church di New York, di cui in questo disco possiamo apprezzare l'acustica tuonante. Una domanda un po' oziosa si insinua maligna: e se fosse successo oggi, con il Vaticano che ormai vuole imporci il suo parere anche sulla scelta del colore delle mutande ? Un brivido mi percorre, ma non ci pensiamo e prendiamo quello che Duke Ellington, con atto di vera fede, ci ha saputo donare.

Un progetto del genere sembra sia stato nella mente del più grande compositore jazz fin dai gloriosi anni '30 e inizio '40, covando sotto la cenere dei suoi innumerevoli successi "profani", ottenuti anche grazie ad un'incredibile orchestra, capace di sopravanzare tecnicamente le altre pur valide formazioni dell'epoca. Qualche fedelissimo di questa grande orchestra jazz, la vera e propria "tastiera" di cui poteva disporre l'ottimo ma non strabiliante pianista Ellington, lo ritroviamo anche qui. Gente come il sassofonista Johnny Hodges o il trombettista Cootie Williams sarebbe stata da tempo più che degna di farsi una propria band, ma non sono da meno i musicisti di più recente acquisizione. Ecco invece gli uni e gli altri ancora una volta disciplinatamente al servizio del grande leader. Il quale da parte sua negli anni '60, invece di dormire sugli allori, aveva ancora una gran voglia di sperimentare, come dimostrano le sue "reunions" con grandi nomi del jazz più moderno, spesso con risultati eccellenti, valga per tutti lo stupendo "Money Jungle" con Charles Mingus e Max Roach.

Una composizione su tema religioso da parte di un musicista nero americano non può prescindere da gospel e spiritual, ma non aspettiamoci di ritrovare qui la vitalità chiassosa, teatrale e un po' sguaiata delle cerimonie sacre dei neri: tutto è filtrato attraverso il gusto raffinato, tipico di chi non a caso, e non soltanto per l'eleganza nel vestire, era chiamato "Duke". Le voci umane ci sono e supportano la già vasta orchestra sia sotto forma di coro che di ottimi solisti, impostate di volta in volta o secondo i canoni della musica sacra, o secondo le tradizioni del canto religioso nero.

Sono le prime quattro parole della Bibbia, "In The Beginning God" (In principio Dio), il cardine di quella che si può definire, con termine preso a prestito dalla musica classica, l'"ouverture" di quest'opera. Un'introduzione pianistica rarefatta e sostenuta da una ritmica blanda spiana la strada al poderoso vocione del sax baritono di Harry Carney, che borbotta con autorità il tema principale, nel quale è già facile individuare le parole "In The Beginning God". Addolcito da un duetto con il clarinetto di Jimmy Hamilton, il più grave dei sassofoni poi tace e sorge un'altra voce severa, stavolta umana, quella del basso Brock Peters, che espone le famose quattro parole. Qui il ritmo accelera verso un deciso swing ed entra in scena l'agile e virtuoso sax tenore di Paul Gonsalves, che accompagna il coro nel suo elenco dei libri del Vecchio Testamento. Poi è il turno dell'incredibile tromba "isterica" di Cat Anderson con il suo vorticoso crescendo di urli lancinanti, al limite dell'udibile, e infine, a chiudere questa sontuosa introduzione, il pandemonio primordiale della batteria di Louis Bellson, così selvaggio da evocare veramente una scena da Creazione.

"Tell Me The Truth" è un gospel incalzante, cantato dalla potente voce di Esther Marrow ed esaltato da una ritmica brillante; "Come Sunday", per continuare la similitudine operistica, si potrebbe definire la "romanza" più ispirata del Concerto, grazie agli struggenti vocalizzi della stessa Esther Marrow che spiccano nitidi su una vellutato e raffinato sfondo di fiati. Lo show di questa cantante prosegue nel tipico swing "The Lord's Prayer", con bizzarri e divertenti "controcanti alla Mingus" da parte dei fiati.

L'atmosfera ritorna idilliaca con la riproposizione di "Come Sunday", stavolta in una versione strumentale che permette di apprezzare il timbro nitido e squillante del sax contralto di Johnny Hodges. Non so se in chiesa si può, ma è il classico momento "da accendini", al limite sostituibili con le candele. "Will You Be There ? Ain't But The One" è un altro tuffo nel mondo dei canti sacri dei neri d'America, con la domanda della solenne corale iniziale che trova una risposta nel successivo allegro e disinvolto spiritual, cantato da Jimmy McPhail.

A questo punto i solisti, il coro e l'orchestra tacciono: la parola va al Maestro, allo stile pianistico solido ed essenziale ma convincente di Duke Ellington, che senza inutili orpelli virtuosistici ci guida nel suo profondo sogno di un mondo che verrà. "New World A-Coming" è appunto il titolo di questo incantevole brano vagamente gershwiniano, a cavallo tra jazz e musica classica. Chiude il Concerto in festosa allegria "David Danced Before The Lord With All His Might", con tanto di tip-tap del ballerino Bunny Briggs che aggiunge vivacità a questo finale già di per sé irresistibilmente ritmico.

Sarà stato forse questo irrituale "tip-tap di Davide" a scatenare il veleno represso nella mente del Reverendo John D. Bussey ? No, perché lui ha condannato il Concerto senza neanche ascoltarlo. Personalmente sconsiglio a chiunque, e in particolare ai credenti, di ripetere il suo errore.

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