LA TORRE DI BABELE 6/10
So che sto per dare un “dispiacere” a Withor, spero mi possa perdonare. Ho riascoltato da poco questo album di Bennato, l'avevo trascurato da un bel po', stretto tra tre capolavori incontestabili: “I buoni e i cattivi”, 1974 e, successivo al qui recensito, “Burattino senza fili”, 1976 (poi ci sarà anche “Sono solo canzonette”, 1980, che forse fra questi è quello che mi piace di più). Su questo sito ve ne era solo una recensione datata 2006, vent'anni fa esatti, molto entusiastica. Ecco, la mia, come avrete capito, lo sarà molto meno. A me “La torre di Babele”, 1976, messo in mezzo ai quei dischi là sembra davvero un opera minore (seppur sufficiente, il Bennato degli anni '70 lavori davvero brutti non ne ha mai fatti), nonostante contenga quello che io reputo la canzone più bella di Bennato, “Venderò”. Ci arriviamo più sotto.
Certo, il discorso alla base dell'album appare, forse, più moderno oggi rispetto ad ieri (l'uomo che “piega” la tecnlogia, da lui stesso creato, allo scopo di produrre guerre, conflitti e spargimenti di sangue) ed alcuni passaggi sono pressochè perfetti (soprattutto musicalmente, esempio “Viva la guerra” che apre il lato B) ma vorrei anche vedere visti i nomi dei musicisti presenti: Tony Esposito; Eugenio Bennato; Gigi De Rienzo; Lucio Fabbri. Insomma, lasciamo da parte il discorso musicale che vale moltissimo. Epperò, manca dell'altro: il mordente, la cattiveria tipica del Bennato di quegli anni qui mi sembra un po' buttata via, a volte quasi senza convinzione (conviene ribadire che ovviamente trattasi di opinioni personali, non faccio parte di quella schiera di individui che pensa che un artista, pur grande quanto si voglia, abbia prodotto solo capolavori, anche i migliori hanno avuto delle cadute). Ma forse il problema vero de “La torre di Babele” è l'essere invecchiato malissimo, come tutte quelle opere (musicali, cinematografiche, pittoriche, fotografiche) che raccontano quasi solamente il presente, cioè la fotografia di un momento storico preciso, inevitabilmente destinato ad usurarsi col tempo. Prendete “Franz è il mio nome”: le condizioni dei paesi sottoposti al socialismo reale sono un tema caro a Bennato (vedi, negli anni Novanta, a Muro di Berlino caduto, “Tutto sbagliato, baby”) che qui racconta proprio di un paese in tali condizioni: la Germania. E Berlino, divisa in due dal Muro. La critica all'Est Berlino è chiara, ma anche quella all'Ovest (l'Occidente non è il paese dell'oro), con un verso premonitore (quello sì attualissimo): “Lì tutto è permesso/lì tutto si puo' comprare/e ti conviene spendere senza pensare/e se non avrai più soldi una mattina/ti troverai dall'altra parte della vetrina”. Ma il Muro di Berlino è preistoria, così come i continui rimandi alle dittature sudamericane dell'epoca presenti nell'album: la Storia è già oltre, e certi rimandi sono più che ostili per un pubblico giovane.
“Venderò” (scritta dal fratello Eugenio) è un pezzo meraviglioso, il suo migliore di sempre. Folk fino al midollo, come ne “I buoni e i cattivi” è un inno alla libertà, al poter “vendere” tutto ma non la propria libertà e la propria dignità. Non mi soffermo molto perchè è un pezzo che conoscono tutto, come l'altro pezzo famoso (e bello) dell'album: “Cantautore”, incisa in versione live. E' una “sferzata” potentissima nei confronti di un certo mondo cantautorale che tendeva un po' troppo a pontificare, come dire attenzione, nessuno ha la verità in tasca, nemmeno i cantautori. “...La discografia che aveva ben capito quanto fosse possibile cavalcare la situazione e spremerla a dovere: il prezzo da pagare per l'artista era l'incorrutibilità, la serietà assoluta, il divieto totale di concedersi qualsivoglia leggerezza”, come scrisse un famoso critico. Ne esiste (l'ho scoperto da poco) una versione che Bennato propose lo stesso anno durante un tour europeo titolata “Rock'n'roll hero”.
Gli altri brani, onestamente, mi sembrano “veleggiare” tra il poco riuscito e il riempitivo. Vedi, ad esempio, “Ma chi è” o “Fandango”. Altre cose invece trovo siano tirate eccessivamente per le lunghe: “Quante brave persone”. L'album vendette bene (“Franz è il mio nome” arrivò fino al terzo posto in classifica) e l'album fu il 15esimo più venduto dell'anno in Italia. L'anno dopo arriverà il ben più riuscito “Burattino senza fili”, ma già qui c'era qualcosa che faceva “sospettare”: “...Come Pinocchio non crederai ai tuoi occhi/quando vedrai il Paese dei Balocchi”, appunto.
“Io vendo la libertà. – grida Franz con la sua voce stridula – Non pensateci, non abbiate paura: west Berlino vi aspetta, con tutti i vostri desideri nelle sue vetrine.”
“Come Pinocchio non crederai ai tuoi occhi, quando vedrai il Paese dei Balocchi…”