16 Pages non è un disco: è un quaderno trovato per terra dopo un trip collettivo, macchiato di incenso, sudore e inchiostro acido. Sedici fogli strappati a una fine anni ’80 parallela, dove la psichedelia italiana non chiede permesso a nessuno e continua a scorrere sottopelle mentre il resto del mondo finge di essere altrove.

Gli Effervescent Elephants arrivano da quella zona liminale dove abitano No Strange, Birdmen of Alkatraz, Steeplejack: non una scena, ma una costellazione. Gruppi che non suonano per il mercato ma per necessità visionaria, come se il fuzz fosse un organo interno e il riverbero un modo per respirare meglio. Qui la psichedelia non è revival, è sintomo.

Registrato e circolato inizialmente come cassetta privata, 16 Pages ha l’odore del nastro magnetico consumato, delle copie passate di mano in mano, dei segreti condivisi solo con chi “capisce”. Ogni brano è breve, instabile, spesso incompiuto — ma è proprio lì che vive la magia. Non c’è forma definitiva, solo apparizioni.

September sembra materializzarsi come un ricordo che non è tuo. For No One è una frase ripetuta troppe volte davanti allo specchio. The Atomic Lizard striscia fuori dagli amplificatori come una creatura mutante fatta di garage e acido, mentre My Generation non è un omaggio ma una liberazione: sputata, deformata, ricablata. When the Music’s Over (si quella dei Doors) non finisce mai davvero: si espande, si sfalda, ti guarda mentre stai cercando di capire se sei ancora nella stanza.

Il suono è sporco, artigianale, imperfetto — e quindi vero. Chitarre che oscillano come luci stroboscopiche viste a occhi chiusi, ritmi che sembrano arrivare da un’altra stanza, voci che non cantano ma evocano. È psichedelia che non promette viaggi cosmici patinati: qui si scende, si scava, si resta.

E non è un caso che da questo magma emerga anche una coscienza storica. Lodovico Ellena, mente e spirito degli Effervescent Elephants, diventerà poi uno dei narratori fondamentali della storia della psichedelia italiana, arrivando a scriverne un libro. Come se 16 Pages fosse, retroattivamente, un’autobiografia scritta prima di sapere di esserlo. Prima la visione, poi il racconto.

Riascoltato oggi, 16 Pages non suona datato: suona fuori dal tempo. È un disco che non chiede attenzione, la pretende. Non accompagna, trascina. Non consola, apre porte che forse era meglio lasciare chiuse. Sedici pagine, sedici soglie, sedici piccoli cortocircuiti mentali.

Mettilo su. Spegni la luce. E non fidarti troppo di quello che vedi dopo.

https://www.youtube.com/watch?v=u7ztOHp_FHY

Elenco e tracce

01   September (01:30)

02   1987 (03:02)

03   1993 (01:31)

04   For No One (01:36)

05   1945 (01:42)

06   Prayer (02:25)

07   The Atomic Lizard (03:24)

08   My Generation (02:21)

09   Bird Of Glass (03:25)

10   Land Of Dream (02:28)

11   My Farm (02:25)

12   When The Music's Over (04:53)

13   The Anarchic Pine Apple (02:37)

14   Two Years Ago (04:16)

15   Indian Side (04:33)

16   Goodnight Vienna (02:26)

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