Importante avviso ai naviganti: in considerazione della mole della mia recensione (che volevo abbreviare, ma poi ho deciso di lasciare così), se volete leggere solo di musica, saltate a pié pari il Prolog, e immergetevi direttamente nella lettura dell’Epilog.
Se invece trovate, in un qualche modo perverso, interessanti i miei sproloqui, e volete ingannare il tempo (people are strange…), vi introduco senza indugio ulteriore al mio
PROLOG:
Wir könnten, aber…. (Potremmo, ma….)
“Vivere in modo da poter desiderare di rivivere questa stessa vita in ripetizione eterna." (F. Nietzsche)
Loro non se ne sono mai andati.
Stanno lassù da tempo immemore, e hanno assistito allo svolgersi della Storia.
La loro presenza nel cielo mutevole arriva come un’intuizione, d’altronde da questo lato dell’esistenza le certezze sono abolite.
A volte si fermano a rivolgerti un cenno e un sorriso, appoggiati in alto, sulla Siegessäule d’oro, che ad ali spiegate domina ieratica e distaccata il Groβer Stern, crocevia pulsante del Tiergarten, o ti accompagnano, silenziosi e sgomenti al pari tuo, alla volta di Potsdamer Platz, dove ora svettano palazzi dalle architetture ardite, ma solo fino a ieri regnava una distesa di fango grigio, la Terra di Nessuno, costellata di mine anti-uomo.
Trent’anni sono ieri, per un angelo.
Qui sono straniera, e tuttavia è tutto così familiare. In ogni caso non ci si può perdere: si arriva sempre al Muro.
Malgrado il Muro, nella sua materia concreta, sia caduto.
Perché il Muro va oltre la tangibilità fisica: ha segnato la storia e la geografia della città, ne ha plasmato ogni singolo centimetro quadrato, ed è rimasto scolpito in profondità nei cuori e nella coscienza collettiva.
Berlino è destinata a non lasciare indifferenti, ti invade e ti conquista.
Racchiude in sé i miseri frantumi di due ideologie opposte che, cozzando e implodendo, hanno cancellato riferimenti, spostato punti cardinali, instillando il forte dubbio che la libertà non trovi casa all’interno di alcuna ideologia. Vietato confondere ideale e ideologia, streng verboten!
Ogni giorno mette in scena, in parallelo alla Grande Storia, la storia trascurabile e incidentale di tante donne e tanti uomini senza volto, raccontando di frantumazione dell’Io, della disperazione necessaria alla resurrezione, nei modi più astrusi e suggestivi, sconfinando nella follia: tematiche care a gran parte della letteratura in lingua tedesca contemporanea e moderna, e non solo (vedi “Il lupo della steppa” di Hesse o i racconti destabilizzanti di Dürrenmatt, solo per citare i primi che mi vengono in mente), intuite e sviluppate dalle teorie di Freud e Jung, puntualizzate e affinate dal pensiero di Nietzsche e di Adorno, espresse dalla musica decostruita di Schönberg.
Riesce a liquefarsi e a rinascere di continuo, armonizzando le sue contraddizioni e mantenendo finora immutato e intatto lo spirito che la rende, a ragione, il cuore pensante della Mitteleuropa, proteso verso il futuro.
Mentre sono immersa in queste considerazioni, accompagnata solo dai miei passi lungo i viali, mi distoglie e mi riporta al presente il rumore che arriva da uno dei tanti cantieri, i Baustellen, letteralmente “lavori di (de)costruzione”, sempre aperti in questa città.
EPILOG:
Distruggi l’armonia, e distruggerai la struttura sociale.
“Untergeschoss: die ist die Keller, hier lebe ich. Der Keller ist dunkel, feucht und angenehm. Hier lebe ich. Dies hier ist dunkel, die ist ein Schoβ.” (Piano interrato: questa è lo scantinato, è qui che vivo io. Qui è buio, umido e piacevole, è un grembo.)
Ciò mi ricorda che Il rumore costituisce il motivo principale per cui mi trovo qui.
In seguito al tributo che non rende il dovuto onore a una delle città che più amo, e dopo avervi fatto calare nel contesto che fa da sfondo necessario, è ampiamente ora di far entrare in scena l’elegante e compassato Herr Christian Emmerich, di Friedenau, West Berlin, enclave delle Repubblica Federale Tedesca prima della Riunificazione - noto ai più con lo pseudonimo di Blixa Bargeld – insieme ai suoi compagni di avventura der Chung, die Unruh, die Einheit e die Hacke. Credo non serva aggiungere altro
Lui, e la sua creatura Einstürzende Neubauten, celeberrima cult-band industrial-noise sperimentale nata all’inizio degli anni Ottanta. Techno-bunker, si potrebbe dire. Quasi assordante, con contorno di martelli pneumatici , flessibili e strani strumenti autoprodotti assemblati con fantasia. Ma di questo sapete già.
Mi limiterò a dire che gli Einstürzende incarnano alla perfezione l’idea di Berlino: avanguardia, movimento, creatività, fluidità, eclettismo, e proverò a raccontarvi, con tutti i miei limiti, uno degli episodi della loro vecchia discografia che preferisco: “Haus der Lüge”, la Casa delle Bugie, uscito nel lontanissimo 1989, pre-caduta del Muro.
Il disco si apre con un potente “Prolog”, con Blixa che declama, nel suo Hochdeutsch pulito e trafiggente, un folle monologo, inframezzato da esplosioni al rumor bianco, di critica e rifiuto del capitalismo che permea tutto, industria discografica compresa, e tende a passare qualunque cosa o idea in un grande tritatutto, per restituircela omogeneizzata e pre-digerita, in un pastone insipido e insulso: “Meint ihr nicht: wir könnten unterschreiben, auf dass uns ein bis zwei Prozent gehören, und Tausende uns hörig sind. Wir könnten, aber….” (“Non pensate che potremmo firmare, affinché ci appartenga dall’uno al due percento, e a migliaia siano nostri succubi? Potremmo, ma….”).
Il prologo ci fa piombare direttamente nella seconda traccia post-disastro nucleare, “Feurio!”. Una danza solipsistica allo specchio, che ci rimanda il riflesso di un automa, di un essere deprivato e sconnesso, vittima dell’idillio infranto con il Tempo, che sfugge di mano e non ci appartiene più, e orfano compiacente e complice del conforto della Natura. Il malvagio König Feurio, un re di fuoco, essere mostruoso fatto di pura energia, scaturito dalla fusione del nocciolo, mi ha sempre ricordato da vicino un altro famosissimo personaggio (per chi bazzica la letteratura tedesca), l’Erlkönig, il Re degli Elfi. Un vero vilain vecchio stampo, che se ne va in giro a rapire bambini e perdere uomini, perfido protagonista di una ballata di Goethe, musicata tra gli altri anche da Schubert, nel suo “Lied D 328”: a mio avviso non è del tutto estraneo a questa vicenda neubautiana, ma si tratta solo di una mia supposizione…. Marinus invece non so chi sia, ma incombe per tutta la durata del brano, malgrado la sua provata innocenza (“Marinus, Marinus, hörst du mich? Marinus, Marinus, du warst es nicht. Es war König Feurio!” – “Marinus, Marinus, mi senti? Marinus, Marinus, non eri tu. Era il re Feurio!”).
Si prosegue con la nenia malevola “Ein Stuhl in der Hölle” (“Una sedia all’inferno”), inquietante, ipnotica, scandita da quello che di primo acchito sembra quasi un hand-clapping, invece si rivela essere un balletto di tip-tap! Mai dare niente per scontato, con Bargeld intorno, è sempre stato una vecchia volpe, fin da giovane.
Più rumore tecnico e atmosfere industrial-wave-dark, che saranno in seguito saccheggiate a piene mani da molti gruppi - non ultimi a mio avviso i primi Depeche Mode, - nella title-track “Haus der Lüge”, la Casa delle Bugie, in cui ciascun piano è uno stadio successivo e più grave di menzogna, in un parallelo con i gironi dell’Inferno dantesco. E, come a un Caronte in note, a questa canzone spetta il compito di chiudere la prima parte del disco, fatta di noise (se vogliamo anche danzereccio), per traghettarci nel lungo Epilog dell’album.
Dopo la brevissima “Epilog”, il discorso si fa subito molto diverso rispetto all’inizio: “Fiat Lux” è sospesa, dilatata, mi ricorda le atmosfere di “Ummagumma” dei Floyd in salsa urbano-industriale.
“Hirnlego” e “Schwindel” sono episodi a parte, estraniati e stranianti, ossessivi, ripetitivi, che alienano l’ascoltatore come e quanto la sveglia che suona il lunedì mattina… “Hirnlegohirnlegohirnlegohirnlego”… il cervello costruito con i mattoncini Lego.
Il disco si chiude idealmente con “Der Kuss”, il bacio d’addio, che molto lascia intendere, a ragion veduta, sull’influenza esercitata da Blixa nel processo compositivo del suo folle amico Nick Cave, altro colto genialoide, a suo pari già beatificato e in odore di cupa santità. Qui una slide guitar, inframezzata a tanti rumori, evoca la fragilità di questo momento effimero, il bacio, lungo quanto un fremito d’ali, il dissolversi del sé per confluire in qualcun altro.
Infine si torna in pista con due differenti versioni remix di “Feurio!”, godibili, e ci si chiude alle spalle, deliziati, la porta della Casa delle Bugie, almeno fino al prossimo ascolto.
Vi ho detto davvero tutto. Ora posso ritornare a immergermi nei miei pensieri, e a camminare per le strade della mia amata città, seguendo le orme di Damiel e Cassiel, che si tiene sempre un po’ in disparte. Diretta ad Alexanderplatz, con la Fehrnsehturm che svetta alta nello skyline berlinese a farmi da riferimento.
Aufwiedersehen!
DAS ENDE:
“Come devo vivere? Forse non è per niente questo, il problema. Come devo pensare. So così poco, forse perché sono sempre curiosa. Talvolta penso in modo così sbagliato, perché penso come se parlassi contemporaneamente a qualcun altro”.
La voce di Blixa è rumore allo stato puro. Stride più di qualsiasi sega elettrica o trapano.
Forse l'Arte non è sempre la rappresentazione del proprio tempo, forse questo album è soltanto una fugace occhiata alla serie di avvenimenti chiamati Storia.