Non vedevo gli Einstürzende Neubauten dal vivo da molti anni e, nel frattempo, non ho seguito con particolare attenzione l’evoluzione della loro discografia. Mi sono quindi recato al concerto con la giusta dose di curiosità, senza aspettative precise e con la disponibilità a farmi sorprendere da una band che avevo amato molto in passato. Più che una recensione costruita sulla scaletta, che non sono in grado di ricostruire con esattezza, queste righe nascono quindi da impressioni, ricordi e sensazioni della serata.
La prima sensazione è stata piuttosto insolita. Fin dalle prime battute era presente il marchio di fabbrica della formazione berlinese: metalli, percussioni, molle, oggetti sonori e quelle sonorità industriali che da sempre caratterizzano gli Einstürzende Neubauten. Eppure non ho percepito caos. Al contrario, mi ha colpito l’ordine. È stata proprio questa sensazione a suggerirmi l’immagine di una piccola orchestra rumorista diretta da Blixa Bargeld. Più che una rock band, almeno all’inizio del concerto, sembrava di assistere al lavoro di un ensemble in cui ogni elemento aveva una collocazione precisa all’interno di un disegno sonoro rigoroso.
Con il passare dei brani il quadro si è fatto più chiaro. Quella che inizialmente appariva come una costruzione quasi astratta ha iniziato a rivelare le sue dinamiche interne. È emerso con sempre maggiore forza il ruolo delle percussioni di N.U. Unruh e Rudolf Moser, autentici artefici di quel linguaggio sonoro che continua a distinguere la band da qualsiasi altra realtà. Il loro lavoro non consiste semplicemente nel tenere il tempo: costruisce ambienti, tensioni, paesaggi sonori che diventano parte integrante della composizione.
Una delle novità più evidenti era naturalmente Josefine Lukschy, subentrata dopo l’uscita dal gruppo di Alexander Hacke nel 2025. Le sue linee di basso contribuiscono in modo decisivo a definire il suono attuale dei Neubauten, fornendo una struttura più evidente e una profondità che forse nei ricordi dei concerti passati era meno centrale. Anche scenicamente la sua presenza si impone con naturalezza: senza eccessi, ma con una sicurezza che la rende uno dei punti di riferimento sul palco.
Per chi li aveva visti negli anni Novanta, resta naturalmente strano non ritrovare sul palco la presenza scenica di F.M. Einheit, figura fondamentale dell’immaginario Neubauten più fisico e industriale. Proprio per questo colpisce il modo in cui la band abbia saputo ricostruire nel tempo un nuovo equilibrio, senza limitarsi a replicare il passato.
Non a caso uno dei momenti più riusciti della serata è arrivato durante i bis, quando Josefine Lukschy ha lasciato il basso per affiancare Blixa Bargeld nel duetto di Stella Maris.
Interessante anche la presenza del tastierista — di cui purtroppo non ho annotato il nome — il cui contributo introduce colori e sfumature che non associo immediatamente ai Neubauten che ricordavo. Alcuni suoni e alcune tessiture sembrano appartenere a una fase più recente della storia del gruppo e contribuiscono ad ampliare ulteriormente la tavolozza sonora della band.
Al centro di tutto, però, resta sempre Blixa Bargeld. Non solo per il ruolo di frontman, ma perché continua a essere il punto di convergenza dell’intero progetto. La sua voce, utilizzata con quella teatralità controllata e quell’espressività inconfondibile che lo caratterizzano da sempre, tiene insieme le molte anime della band. Attorno a lui si muove un gruppo che oggi appare diverso da quello degli anni Novanta, ma che conserva una forte identità collettiva.
Sono uscito dal concerto con una sensazione molto piacevole. Non quella della nostalgia, ma quella di aver ritrovato una band che ha saputo evolversi senza rinnegare se stessa. Gli Einstürzende Neubauten di oggi non sono quelli che vidi per la prima volta nel 1991 a Bolzano, durante il tour di Strategies Against Architecture II, ma continuano a possedere quella rara capacità di trasformare il rumore in linguaggio e il suono in esperienza.
A rendere ancora più particolare la serata ha contribuito anche la location: il Teatro Sanbàpolis di Trento, dove entravo per la prima volta. Uno spazio curioso, con qualcosa del club anni Novanta nel rapporto diretto con il palco e nel pavimento in legno, ma anche con quella sorta di gradinata di poltroncine sul fondo sala che lo trasforma in un ibrido tra club e teatro. Una cornice insolita, calda e perfettamente adatta a un concerto come questo