Volendo estremizzare, si può affermare che la fortunata e ricca carriera della Electric Light Orchestra, a cavallo fra anni settanta ed ottanta, fosse basata quasi interamente sulle intuizioni messe a fuoco da John Lennon e dal produttore dei Beatles George Martin in un paio dei loro capolavori, "I Am the Walrus" e "Strawberry Fields Forever": musica pop marcatamente sinfonicizzata dagli strumenti ad arco.
Nondimeno, se nel ricordo collettivo l'inquadramento di questo gruppo rivela connotati decisamente (e pure stucchevolmente, almeno a mio modo di vedere) commerciali, non tutti sanno, o rammentano, che gli inizi furono invece discretamente avanguardistici: tal che nei primi due, forse tre lavori pubblicati l'Orchestra è un gruppo riconducibile, a buon diritto, al genere progressive.
Ne fanno fede le sole cinque, tutte abbondanti canzoni che compongono questo secondo album la maggiore delle quali, la suite antimilitarista "Kuiama", valica gli undici minuti di durata, dato che l'accorato canzonettismo di base (ispirato melodicamente, senza tema di smentite, alla Lennoniana "Don't Let Me Down") è dilatato a dismisura prima da un lunghissimo e virtuoso assolo di violino, poi da inserti di pianoforte altrettanto raffinati nel tocco, a dimostrare il livello pressoché concertistico, in quanto a preparazione musicale, di diversi fra i membri della formazione.
Al tempo l'Orchestra comprendeva un violinista e due violoncellisti, ad affiancare il classico quartetto chitarra, tastiere, basso e batteria. La leadership, da questo lavoro in poi e per tutta la carriera (nel primo album c'era un altro galletto nel pollaio, il bassista violoncellista e cantante Roy Wood), è saldamente nelle mani del compositore, cantante e chitarrista Jeff Lynne, beatlesiano fino al midollo (lato John Lennon, come già detto), iperproduttivo dal punto di vista del songwriting ma, per contraltare, senza velleità strumentali né a livello di arrangiamento che di solisti, tanto da lasciare sempre e volentieri il proscenio ai compagni di estrazione classica intorno a lui.
Non tutti i musicisti provengono comunque dal Conservatorio: il batterista autodidatta Bev Bevan è piuttosto un abile e creativo picchiatore rock (nel suo futuro curriculum anche un album, e relativa tournée, coi Black Sabbath...) molto piacevole ad ascoltarsi.
L'unico brano dove la chitarra di Lynne sta, e non potrebbe essere altrimenti, in piena evidenza, è la funambolica cover della stranota "Roll Over Beethoven" del maestro Chuck Berry: sicuramente la più intrigante e migliore rivisitazione, fra le tantissime collezionate da questo celebre rock'n'roll. Prendendo spunto dal titolo, i primi quaranta secondi introduttivi riguardano l'esecuzione del prologo della "Quinta" di Beethoven, affrontato con tale puntigliosa abilità che sembra proprio di aver sbagliato disco e di avere a che fare con un prodotto Deutsche Grammophon. Ecco invece che, in pieno delirio d'archi, si innesta l'immortale stacco di chitarra a preludio del compatto e trascinante classico del rock che tutti più o meno conosciamo. Ma violini e violoncelli non demordono, ad ogni fine ritornello innestano pirotecniche varianti, assoli debordanti e richiami ad altri passaggi celebri del sommo genio tedesco... Il tutto finisce per durare oltre i sette minuti, costituendo senz'altro l'apice del disco, ciò per cui vale in fondo la pena di possederlo.
Curiosità: come per tanti altri dischi, la copertina americana e quella europea (scelta per la recensione) differiscono, anche se non di molto, la scaletta restando in ogni caso immutata.