Nell’articolo su “Mojo” di Gennaio gli Strokes sono ripresi fuori al CBGB, a sinistra c’è il McDonald’ s a destra Starbucks e li ho subito sentiti affini - ci ho lavorato anch’io da Starbucks. Due di loro portano una cravatta rossa, uno un pacciotto verde e Casablancas una giacca gialla e in effetti pareva che avesse appena finito di piovere: nessuno ride e probabilmente la battuta l’hanno capita pure loro. Quando uscì “Is This It” feci un salto dalla sedia, mi innamorai dell’uomo dalla giacca gialla: se sei ancora al fondo qualche ingenuo ideale ancora lo conservi. E sebbene nulla sia cambiato (continuo a lavare il cesso in una casa di 8 persone) Casablancas non mi piace più.
A quel tempo se ti piaceva “Is This It” dovevi farti piacere pure i White Stripes, altrimenti a sentire la stampa diventavi una specie di lebbroso. Un po’ finti pure loro: immagine quella degli Strokes (5 fanciulli belli come il sole vestiti all’ ultima moda), immagine quella dei White Stripes (Fratelli? Amanti? Cugini? Ad ogni modo a qualunque titolo scopassero sapevi che il letto era bianco e rosso a strisce verticali). E sebbene nulla sia cambiato (continuo a fare il lebbroso) Jack inizia a non convincermi: lo vedo sui giornali come testimonial della Coca-Cola e almeno gli Strokes nella foto evitavano di sorridere. Nel tour americano s’è portato di supporto i Muldoons e almeno non gli si può dire che non si impegni a promuovere musica emergente: l’età media dei Muldoons è 8 anni ma il batterista suona pure meglio di Meg. Li hanno pure intervistati su “Q”: il cantante ha detto che aveva intenzione di iniziare una carriera solista. "Che generazione del cazzo!” si lamenta Dick Valentine nella traccia d’apertura di “Señor Smoke”: ci vorrebbe una “Rock & Roll Evacuation!” - e parte una batteria un po' demente. Quello che viene dopo è un festival del surreale: puttane che gli devono soldi, rockettari che suonano vibratori, Presidenti che fanno la guerra. “Would you like an epidemic dance with me?” domanda alle fanciulle e pure io gliela darei. Ho sempre visto i generi (brutta razza, converrete) più che come una rappresentazione musicale come piuttosto un’attitudine. Non me ne frega un cazzo quante note sai suonare se sono 3 non vuol mica dire che sei punk. Quando penso al Rock il lebbroso che c’è in me pensa a dimenticare i guai: fammi saltare, fammi ridere, fammi stare bene, non ti prendere troppo sul serio, sii la mia certezza, fammi urlare sapendo che un po’ ci assomigliamo, felici e un po’ stupidi.
Al tempo del primo album, gli Electic Six avevano due singoli che parevano pronti a spaccare tutto: in uno cantavano di guerra nucleare sulla pista da ballo ed in un altro mi dicevano che si andavano a spendere i soldi in un gay bar alla faccia mia. Per quest’ultima fecero girare un video in cui cantavano Bush e Blair e fossi in voi lo farei mio a tutti i costi: una cosa invero irresistibile. Per decenni questo tipo di gente mi aveva insegnato a dimenticare i guai e ora lascia che altri li rapinino perché il Rock non si estingua. Se proprio ci tenete, gli Electric six suonano una specie di bestia electrocash dove mischiano un po’ tutto quello che potrebbe far muovere il culo. Se invece non ve ne frega un cazzo come me, allora secondo me suonano rock e per me il migliore dell’anno.