Fates Warning
Theories of Flight

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Stavolta non ci hanno fatto aspettare ancora 9 anni, stavolta ne bastano solo 3, i precursori del progressive metal Fates Warning pubblicano il loro dodicesimo album in studio “Theories of Flight” ed è un lavoro che alterna sapientemente potenza e melodia senza grosse innovazioni ma allo stesso tempo senza risultare la copia di nessun lavoro precedente, tutto è sapientemente rielaborato e modernizzato.

L’impressione è quella di trovarsi di fronte ad una sorta di greatest hits risuonato in chiave più moderna e tagliente di tutto ciò che hanno realizzato negli ultimi 22 anni.

Il sound affilato del precedente album è tutto concentrato nell’accoppiata “White Flag”/”Like Stars Our Eyes Have Seen”, i due brani più duri, che suonano potenti senza farsi troppi problemi. “Seven Stars” e “SOS” sono anch’esse piuttosto dirette ma più levigate e dalla melodia solare e coinvolgente nei ritornelli, potrebbero vagamente ricordare l’approccio che caratterizzava “Inside Out”. Lo stile più articolato di “Disconnected” invece lo ritroviamo nelle due composizioni di dieci minuti: “The Light and Shade of Things”, con i suoi riff spenti delle battute iniziali pronti a lasciare spazio alle potenti staffilate, sembra figlia di “Something from Nothing”, mentre la ulteriormente più dinamica “The Ghosts of Home” sembra discendente di una “Still Remains”. Il passaggio da strofe malinconiche e melodie delicate a staffilate rabbiose e tecniche di “From the Rooftops” sembra invece ereditato da “FWX”. La title-track che chiude l’album è decisamente malinconica.

Da un punto di vista individuale spicca la prestazione vocale di Ray Alder, tutt’altro che finito e ancora in grado di fornire una prestazione vocale potente e determinata, come anche il drumming di Bobby Jarzombek, fluido, imprevedibile, tecnico ed energico.

La produzione limpida e brillante è la ciliegina sulla torta di un disco efficace, potente, melodico e tecnico che dai Fates Warning era sicuramente lecito aspettarsi e che qui abbiamo; le aspettative non sono certo state tradite.

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Commenti (Uno)

perfect element
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Gran bel disco, un notevole passo avanti rispetto al precedente, grazie anche al riuscito amalgama col drumming di Jarzombek, che nel penultimo sembrava suonasse col freno a mano inserito. Secondo me, non è presente neanche un filler e questo la dice lunga circa lo stato di salute di questa band imprescindibile. Ray Alder rimane di un altro pianeta, ogni volta riesce a commuovermi, anche se per motivi anagrafici la sua voce non ha più la duttilità e la potenza di un tempo, quando li vidi live nel tour di ' APSOG '.

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