Fish
Sunsets on Empire

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Voto:

Per la serie “continuiamo a raschiare il barile della musica rock dei decenni precedenti, visto che quella attuale è piuttosto in decadenza, asfittica e avara di novità…”, l’obiettivo che mi si è parato davanti ultimamente è il cantante, compositore, paroliere ed occasionale attore scozzese Fish, un omone alto come Michael Jordan autore di una fila consistente di album a suo nome, da me bellamente messi in secondo piano, quasi ignorati finora.

…Avendo preferito correre dietro all’evoluzione del suo vecchio gruppo dei Marillon. Mah...! Per carità, gruppo stimabile ed alacre, coerente ed umile, dal suono elegante e rigoglioso, ma che palle alla lunga quella voce lamentosa, supplichevole oppure stridula del sostituto di Fish, l’onesto ma molto meno emozionante Steve Hogarth. Ascoltando le loro lunghe tiritere, quasi sempre lente e di scarsa pregnanza melodica, si è sempre alla ricerca di qualcosa, in genere un guizzo della chitarra dell’altro Steve (Rothery), che però arriva sempre più raramente.

Ma sto divagando… Dunque, quella di Fish è una grande e conturbante voce, spogliatasi ben presto degli evidenti richiami a Peter Gabriel per assurgere ad autonoma eccellenza. E questo disco che risale al 1997, il quinto della sua serie solista, mi ha attanagliato clamorosamente coi primi tre brani, uno meglio dell’altro. Stavo per realizzare di essere al cospetto di un capolavoro, poi ci hanno pensato le altre sette composizioni a diluirmi leggermente l’entusiasmo, ma non di molto.

Non conosco (ancora) che piccola parte della produzione di Fish, anzi questa è solo la seconda opera che ho approfondito (la prima essendo “Suits” del 1994). Quello che noto qui sono le chitarre, tante chitarre e tastiere invece quasi sempre molto semplici, cosicché i vecchi equilibri alla Marillon sono abbastanza lontani. Più che progressive è proprio rock, certo molto “recitato”, nell’indole attoriale del protagonista, forse il suo maggiore retaggio Gabrielliano in definitiva.

E qui (ottime) le chitarre sono per la metà del tempo in mano al genietto Steven Wilson, quello dei Porcupine Tree il quale inoltre compone, produce, arrangia, mette loop, tastiere ed effetti. Nell’incipit “The Perception of Johnny Punter” che massimamente mi ha colpito, il muro fragoroso di chitarre fuzzose in stile Wilson rende intensa e pregnante l’esibizione di Fish già conturbante di suo, per confezionare un gioiello rock blues(!) rumoroso, iper melodico e super risonante: quasi otto minuti che trottano senza incertezze e cali di intensità, pure negli intermezzi recitati dal timbro magnetico del protagonista. Il riffone zeppeliniano è sì ripetitivo e scontato, ma serve a lanciare l’apertura dei ritornelli che invece sono immensi, a cattedrale (grazie al mellotron che gonfia gli arpeggi di elettrica). Non si vede l’ora che arrivino!

La successiva “Goldfish & Clowns” ha un prologo molto Marillon vecchio stile (unico del disco), spazzato via ben presto da atmosfere più blues, quasi in stile “Dire Straits rumorosi”, se mi è consentito. Molto semplice e lineare, per niente progressive, al solito dinamicissima vocalmente nello stile del titolare, che ama alternare preludi quasi parlati a scoppi di intensità nei refrain.

Change of Heart”, terza in scaletta, esordisce con un bel tema semiacustico, per aprirsi deliziosamente nel ponte, si condisce di chitarra slide, prende ritmo e liricità, viene cantata da dio dalla voce mobilissima del nostro, una sequenza di sussurrati, falsetti, biascicamenti, urli, parti in vibrato ed altre straight, senza inflessioni.

E basta così, il resto dell’album ve lo risparmio, tipo il sensazionale riffone chitarra+tastiere a contrappunto del ritornello nella quarta traccia “What Colour Is God”, ed altro qua e là… È un disco molto “ricco” (tablas, violini e violoncelli, armonica a bocca… di tutto), occorrono molti ascolti per digerirlo bene pur essendo perfettamente accessibile, carico com’è di melodie e di refrain che “staccano” e accendono, nella migliore tradizione pop che ha bisogno di ganci qua e là per irretire l’ascoltatore.

Se già non l’avete fatto, recuperatevi i lavori di quest’uomo ben sopra i cento chili e ben sopra la media come talentuoso intrattenitore di noi appassionati di buona musica. Io sto ricominciando adesso.

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