Sono pochi i dischi che possono vantare di contenere brani così particolari, belli, originali, sentiti, fuori dagli schemi nel senso stretto del termine.
Figli della Torino operaia che aveva fatto soffrire e continuava, ragazzi con un grande animo che tramite parole e melodie ben rudi affrontavano i loro demoni. Il barba allo stereotipo che voleva i punx di quegli anni pieni di boria pop oppure picchiatori skinhead, i Frammenti avevano l'introspezione come principale tema. E il loro sound, estremamente personale, era sì hardcore melodico, ma non commerciale: melodico, ma folle e straziante.
La copertina mostra figure mostruose immerse nella notte scura di una metropoli, disegnate da un tratto infantile. Ed è molto azzeccata: ciò che si ascolta è ciò che si prova fuori da un bar di provincia, la notte, quando ha appena smesso di piovere, si ripensa alle ultime parole dette a quella ragazza che forse stavolta se ne è andata per davvero, oppure con quell'amico al tuo fianco, che ti ha sempre aiutato ma stavolta non può; e in tutto ciò la genialità è che l'atmosfera è in bilico tra l'estremamente concreto e l'estremamente onirico. Un po' come certi dischi prog mi verrebbe da dire, in primis il mio adorato "Biglietto per l'Inferno".
Ma del resto questa concezione non è nuova nell'universo HC, Negazione docet. Avete presente "Pezzi bui" degli Skruigners? Ecco, questo disco è tutto così. Sarà la durata super contenuta, che non riesce mai a dare al brano il tempo di decidere cosa vuole essere lasciando a metà tra il materiale e violento e l'astratto e immaginario, non lo so: quel che è certo è che serve una grande sensibilità, e quella certo non manca.
Le canzoni sono brevi, schizofreniche, la voce è molto acuta e sgraziatissima, si lancia in versi in cui la metrica non ha senso ed è completamente tumefatta in favore dell'efficacia espressiva, con parole aggiunte oltre il limite del pronunciabile. La sezione ritmica cuce straordinari cambi di tempo e le melodie sono ottime. Una grande forza è infatti il modo in cui i Frammenti tirano sempre un altro asso dalla manica: dove altri gruppi spingono sul grigiume sonoro loro danno vita a strofe e ritornelli con intuizioni melodiche di un altro mondo. I ritornelli canticchiati "na na na" sono un marchio di fabbrica.
I brani (alcuni dei quali contengono l'apporto di altri punx torinesi) che preferisco sono "Metropoli", "Pace non vuol dire solo niente guerra" (due brani dall'impronta sociale), "Amore e rabbia" (con una strofa da manuale), le bellissime "Scivolando via" e soprattutto "Nadine" ma ancora più soprattutto la triade celestiale formata da "Quello che ho" (con un testo magnifico), "Un altro inverno" (con un bridge etereo che ogni volta mi porta sull'orlo delle lacrime, forse la mia preferita) e quella a cui sono più affezionato, un brano che parla di incomprensioni tra due persone che si amano: "Anagrammandoti". "Era tutto per noi", poi una sezione strumentale, poi l'atroce domanda: "O solo per me?". In frasi come questa, l'essenza delle adolescenze più tormentate. Non importa se questi versi non hanno l'eleganza del cantautore: sono perfetti.
Gli altri brani (nonostante ridendo e scherzando li ho citati quasi tutti) sono a mio avviso di minore impatto, ma comunque molto gradevoli.
Un disco, quindi, che dà voce agli angoli bui, creando grande musica. Angoscia, amore, paura, rabbia, frustrazione, mistero. E sì, la voce fa un po' ridere. Ma "Un altro inverno" nelle cuffie quando la sera tornavo a casa stanco, da solo, dopo il circolo di scacchi che stava in culo ai lupi, beh, non la batte nessuno.
"Quello che ho è un sole che abbaglia, senza scaldare quello che sono". Voto: 87/100.
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