"Live In Japan" è la fedele testimonianza dei concerti tenuti dall'ex Beatle durante le dodici date del suo tour giapponese nell'ormai lontano dicembre del 1991. Quei concerti unici rappresentavano le prime apparizioni dal vivo di Harrison dal 1974, anno di pubblicazione dell' incerto "Dark Horse". Per il suo ritorno sulle scene George scelse il Giappone, paese secondo solo agli Stati Uniti quanto a passione beatlesiana, che accolse il musicista inglese con affetto e rinnovato entusiasmo.
Il disco in questione rappresenta una solida e piacevolissima raccolta dei suoi più grandi successi da solo e con i Beatles. Accanto ad Harrison troviamo ad accompagnarlo l'amico Eric Clapton e la sua solida band del periodo tra cui compaiono musicisti del calibro di Chuck Levell, da anni ormai alla corte dei Rolling Stones, Steve Ferrone, attualmente batterista fisso di Tom Petty, il tastierista Greg Phillinganes, ora membro dei Toto, l'ottimo chitarrista Andy Fairweather-Low e il percussionista Ray Cooper. Gran parte del merito per il risultato positivo del lavoro va appunto all'affiatato gruppo di Clapton che, tra l'altro, si ritagliava anche un proprio e personale momento all'interno dei concerti. George Harrison, dal canto suo, appare in buona forma sebbene la voce, nel corso degli anni, abbia purtroppo perso qualcosa.
Il repertorio proposto risulta naturalmente notevole e rappresenta una sorta di greatest hits personale. La parte del leone la fanno i brani tratti dal repertorio dei Beatles. Le immortali "Something" e "Here Comes The Sun" sono presenze scontate mentre "Piggies" è un inatteso ripescaggio dal "White Album". Buone le esecuzioni delle care e belle "If I Needed Someone", "I Want To Tell You", "Old Brown Shoe" e di "Taxman", presentata con un testo leggermente riadattato alla situazione politica del periodo. Del repertorio solista spiccano i pezzi tratti dal riuscitissimo "Cloud 9", una sorta di rinascita artistica per George, "My Sweet Lord", una preghiera messa in musica sempre ben accolta dal pubblico, la dylaniana "Give Me Love" e la splendida "Isn't It A Pity". C'è spazio pure per la rara "Cheer Down" scritta con l'amico Tom Petty, per la dedica a John Lennon di "All Those Years Ago" e per la frizzante "Dark Horse". Quando poi tutti i ricordi sembrano esauriti, arrivano nel finale l'attesa "While My Guitar Gently Weeps", nobilitata da un Clapton in stato di grazia e il saluto finale scontato e un po' banale di "Roll Over Beethoven".
Al termine dell'ascolto, ci si accorge che questo disco non aggiunge o toglie nulla di nuovo alla carriera di Harrison. La vera magia di questa opera rimane racchiusa nella melodia eterna di "Isn't It A Pity" che, con la sua coda nostalgica e piena di rimpianti per un'epoca tramontata per sempre, ci rinnova ad ogni ascolto il ricordo sempre vivo di un grande compositore, di un bravo musicista e di una persona unica scomparsa troppo presto.