L'errore di George Miller è quello di metterci troppa trama. O meglio, pensare di costruire un'epopea vasta e dilatata nel tempo (quello della formazione della protagonista) attraverso scene che sono tutte sostanzialmente d'azione. Ne risulta un film molto lungo e strutturato (anche bene eh), che però fatica a consegnarci dei personaggi con una qualche profondità, perché la parola, il veicolo principe dei caratteri umani, è sempre parola di violenza, discorso concreto, ricatto o trattativa, e non scava più di tanto nella psicologia di Furiosa, di Dementus o di Praetorian Jack.

Tanti episodi, poca profondità. Nessuno chiede questo a un film di “Mad Max”, sia chiaro, ma stavolta è proprio il suo creatore a battere tale sentiero. Risultato? Non resta moltissimo della vicenda biografica dell'eroina, ma anche la componente d'azione furibonda in qualche modo ne risulta depotenziata. Sono ben impressi nella nostra memoria i tribalismi sfrenati di “Fury Road”, questa volta il taglio è diverso (ci sta) e probabilmente meno efficace del precedente.

Il nuovo cattivo è anche simpatico e cialtrone, ma tutto sommato nello scenario complessivo il suo contrapporsi a Furiosa è un aspetto laterale (almeno per lui), e dunque alla resa dei conti non percepiamo un grande pathos, l'ossessione alla “Kill Bill” è ben lontana. E ci può stare, perché francamente in due ore e mezza raccontare la vita di una bambina rapita fino al momento in cui diventa eroina adulta, costruire uno scenario di scontro tra bande per le risorse essenziali, abbozzare una promessa d'amore e rinascita edenica, oltre a innescare un meccanismo convincente di vendetta... be' forse è un po' troppo anche per Miller.

Una sola scena davvero impressionante, una lunga battaglia ad alta velocità per difendere la preziosissima autocisterna, che tuttavia sembra pagare lo scotto di una mano troppo pesante con la Cgi. Ed è un peccato. Non ci sono grosse pecche, per carità, è un gran bel vedere, ma la sensazione è quella di assistere a una versione annacquata di “Fury Road”, che sfrutta tra l'altro il facile topos dell'eroina femminile senza tuttavia abbracciarne uno specifico sistema di valori. Per carità, ce ne fossero di registi con l'occhio di Miller, ma questa volta sembra che abbia fatto il passo più lungo della gamba, ottenendo un film buono ma non eccezionale come il suo predecessore.

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