"Chi fa di se stesso una bestia si sbarazza della pena di essere uomo" Dr. Samuel Johnson (1709-1784)
E' possibile in una recensione separare il personaggio dalla sua musica? Forse è un atto di disinformazione, qualcosa per cui mastro Lester Bang mi bacchetterebbe rimandandomi a settembre. Mai come in questo caso sarebbe facile approfittare per attirare i curiosi sguazzando morbosamente nella breve ma incredibile ed intensa vita di GG Allin, soffermandosi soprattutto sulle sue performances sul palco, perlopiù consistenti nell'infilarsi il microfono nel deretano, masturbarsi aggredendo il pubblico, bersagliarlo con i propri escrementi.
Credo che nessuno abbia portato ad un tale stadio di estremizzazione il rito del rock ("...il mio corpo è il tempio del rock n'roll e la mia carne, il mio sangue e i miei liquidi sono di proprietà della gente), usando se stessi per trasgredire e allo stesso tempo provocare fino ad essere non il nemico, ma l'animale pubblico numero uno.
Prima di far propria la frase del dottor Johnson, GG Allin era un batterista che con l'etichetta del mitico David Peel passò al canto per registrare nel 1980 un gran disco di snotty punk. E' difficile credere che il capellone se ne va in giro allegramente colorato con voce squillante per le strade di New York diventerà lo stesso orco dal grugnire roco che negli anni successivi si presenterà sul palco completamente nudo tranne un paio di stivali, coperto di tatuaggi che sembrano disegnati dalla mano incerta di un bambino, rasato a zero tranne i baffoni e il pizzetto da Mangiafuoco. Quello che diverrà il freak da presentare come fenomeno da baraccone alla società benpensante che egli tenta di scioccare con le sue provocazioni e che negli anni successivi avrebbe cantato "I Kill Everything I Fuck" e "Legalize Murder" fino a, come più volte promesso, autodistruggersi coerentemente con il personaggio nel rito dell'overdose.
Io invece preferisco ricordarlo in questo splendido esempio di punk melodico come un ragazzotto che, accompagnato dagli ottimi Jabbers (in italiano farfugliatori e non nomi improbabili quali i successivi Scumfucs, Toilet Rockers, AIDS Brigade, Drug Whores, Murder Junkies), conduce l'assalto ad un trascinante anthem punk come "Bored to Death"; canta nello stile dei Who un ritornello ("Don't Talk to Me") che difficilmente riuscirete a togliere dalla vostra testa per il resto della giornata; blandisce il glam con gli irresistibili coretti femminili di tre battone in "Cheri Love Affair"; afferra l'hardrock a stelle e strisce delle New York Dolls con un inno al masochismo quale "Beat Beat Beat"; si diverte a cambiare il tono della voce tra soprano e baritono nella sferragliante "I Need Adventure"; coniuga con grande naturalezza gli MC5 ed Iggy Pop in "One Man Army"; delizia con la splendida cavalcata beatpunk di "Automatic"; scaglia la bottiglia incendiaria della fiammata hardcore in "Assface" (...dolce faccia da culo ecco quello che hai ottenuto...puoi succhiarmi il cazzo).
Un pugno di canzoni di durata compresa tra il minuto e mezzo e i due minuti spiccioli, con un'ottima sezione ritmica e i fulminanti assoli della chitarra solista di Rob Basso. Undici sveltine che non vi lasceranno insoddisfatti, incastrate come sono tra la leggerezza della melodia e la ruvidità del punk. Canzoni che fanno intuire un talento da classifica appoggiato da gente come Dee Dee Ramone e Wayne Kramer ma che invece si è trasformato in quella bestia carica di odio e disgusto per se stesso e per l'umanità intera.
Chissà se è riuscito ad evitare il dolore di essere uomo.
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