Ma quanto sa essere bello il jazz italiano, soprattutto quando fa trasudare elegantemente l'italianità nel bel mezzo della bella colonizzazione americana, vissuta senza patemi, senza scrupoli e senza vergogne o complessi, ma solo con gioiosa voglia di divertirsi e di suonare? Sì, perché il jazz italiano, diversamente dall'altro jazz europeo (quello glaciale e geniale del nord, quello nobile e snobino, seppur perfetto, francese, ecc...) ha quell'aria furbetta, sbarazzina e del tutto alta del fratello minore, quello che imita il più grande ma sovente dimostra di avere più maroni sotto rispetto al consanguineo. Ed oggi, se non vogliamo dire superiori, possiam certo sostenere che il nostro jazz, ed i nostri jazzisti, proprio nulla abbiano da invidiare a quelli d'oltreoceano.
Non è posizione sostenibile per il cosiddetto "jazz classico" (non ci piove): noi non abbiamo avuto un Lester Young prima ed un Coltrane poi, non un Art Tatum o un Keith Jarrett. Ma oggi è oggi, ed è con orgoglio che possiamo dire che i Bollani, i Coscia, i Rea, i Rava e i Fresu (e moltissimi altri, magari ignorati o considerati ingiustamente minori), hanno ben pochi rivali anche da quell'altra parte più grossa e famosa. E soprattutto hanno ben pochi rivali quando si muovono su quel bel terreno di confine che è l'incontro delle due culture: quella schiettamente jazzistica/swing, prevalentemente di matrice blues, nordamericana, e quella della canzone (storica o cantautorale) italiana.
Renato Sellani è un pianista "antico" nel panorama italiano: fa jazz da sempre, e sempre con quell'aspetto da galantuomo simpatico e apparentemente silenzioso, che s'inchina a quel piano che, dopo poche note, s'inchina a lui. Ha suonato un po' con tutti (celebri e belle le incisioni con Chet Baker, a Milano, negli anni sessanta), conosce e omaggia il mondo dei cantautori (ha dedicato dischi bellissimi a Battisti, a Lauzi, a Paoli) e venera la canzone classica italiana, quella che da molti decenni viene fischiettata da un bel po' di generazioni. Su questa canzone s'è già espresso in maniera sublime col bellissimo Radio Days registrato insieme a Enrico Rava, di cui ho già parlato tempo fa, ed alla canzone "classica" italiana si rivolgono anche alcuni omaggi di questo bellissimo disco dal vivo. Gianni Coscia, col suo ghigno buono e diffidente, tipico del grugno del mandrogno alessandrino, porta da moltissimi anni la sua fisarmonica ovunque e con chiunque, ma sempre a livelli altissimi.
Per il precedente di questo progetto bisogna risalire nell'antichità dell'incisione nostrana, ovvero alle (introvabili) registrazioni del duo Semprini (piano) Kramer (fisarmonica). Ma in mezzo c'è stata tanta America, tanta Italia e tanto sviluppo musicale, armonico, sociale, politico, ecc..., e la musica non può non risentire dell'aria che gira intorno. E dunque il repertorio italo/americano che possiamo ascoltare qui passa dal lirismo più assoluto e godibile ai fraseggi ed alle "fughe" più tipici delle terre d'oltreoceano, dallo swingare più puro all'improvvisazione più estemporanea. Alcuni classici americani italianizzati nel titolo ("Dolce Giorgia marrone") ad altri rispettati pure nel titolo ("My funny Valentine") , oltre ai classicissimi italiani ("Non dimenticar le mie parole" e "Amore baciami"). Il tutto registrato in due serate, a Cattolica e a Spello.
Disco magari difficilotto da trovare, ma che merita la ricerca e ripaga ampiamente.
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