Copertina di Giorgio Gaber E pensare che c'era il pensiero
esaedro

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Per amanti della musica d'autore, ascoltatori in cerca di profondità, fan di giorgio gaber e del teatro-canzone, chi desidera album intensi e riflessivi.
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LA RECENSIONE

Ci sono dischi che metti su mentre stiri, fai la carbonara o scrolli il telefono aspettando che succeda qualcosa nella vita. E poi ci sono dischi che, appena partono, ti fanno capire che per un'ora abbondante è meglio spegnere tutto e stare zitto.
E pensare che c'era il pensiero per me è uno di quelli.
Anzitutto perché è registrato da dio. Ma davvero. Ci sono certi live che sembrano incisi dentro una betoniera in funzione. Qui invece senti il teatro, senti il pubblico, senti l'aria che gira tra una frase e l'altra, ma senti soprattutto lui. Gaber.
E che Gaber.
Voce pazzesca. Sicura, rilassata, tagliente. Uno che non aveva bisogno di urlare per asfaltarti. Ti arrivava addosso con una frase detta quasi sottovoce e ti ritrovavi venti minuti dopo a fissare il soffitto come un cretino.
Gli arrangiamenti? Perfetti. Niente svolazzi da conservatorio, niente musicisti che vogliono dimostrare di aver studiato dodici ore al giorno. Roba semplice, pulita, efficace. La musica accompagna, sostiene, spinge. Non rompe mai le scatole. E sembra facile, ma è una qualità rarissima.
La cosa che mi colpisce ogni volta è che Gaber riesce a essere contemporaneamente intelligente e popolare. Non ti tratta da idiota, ma nemmeno da dottorando in filosofia che deve dimostrare qualcosa al mondo. Ti parla come si parla al bancone di un bar alle due di notte, quando finalmente cadono le maschere e resta solo la sostanza.
Ricordo ancora quando l'ho riascoltato dopo una giornata tremenda. Mio padre era in ospedale. Fuori pioveva. Tornai a casa distrutto. Misi il disco sul lettore. Le luci basse. Un bicchiere di vino. La malinconia. La vita che passa. Le generazioni che si sfiorano. Le lacrime che scendono lente sul viso.
Bellissima scena, vero?
Peccato che sia una puttanata colossale.
Me la sono inventata cinque minuti fa.
Mio padre stava benissimo. Non pioveva. Non c'era nessun bicchiere di vino. Probabilmente stavo mangiando una focaccia davanti al computer come un animale e basta.
Però vi ho fregati, almeno per qualche riga.
E sapete perché?
Perché quando si parla di Gaber c'è sempre qualcuno che sente il bisogno di raccontare l'episodio struggente, il ricordo che cambia la vita, il tramonto metafisico, la nonna che piange, il gatto che contempla l'infinito. E allora ho pensato: facciamolo pure.
La verità è molto più semplice.
Questo disco è straordinario non perché mi ricorda qualcosa. È straordinario perché regge da solo. Senza stampelle emotive. Senza raccontini edificanti.
Gaber era uno di quelli che ti entravano in testa armati di sorriso. Ti faceva ridere e intanto ti stava smontando pezzo per pezzo. Quando te ne accorgevi era troppo tardi.
E oggi, a distanza di anni, fa quasi impressione quanto sia vivo. Non sembra un reperto storico. Non sembra un santino da venerare. Sembra uno seduto al tavolo accanto che ha deciso di dire ad alta voce quello che tutti pensano e quasi nessuno ha voglia di ammettere.
Per questo continuo ad ascoltare E pensare che c'era il pensiero.
Non per nostalgia.
Non per fare il raffinato.
Non per sentirmi migliore.
Ma perché ogni tanto fa bene incontrare qualcuno che, invece di accarezzarti il pelo, ti dà una sberla elegante e poi ti offre pure da bere.
E Gaber, in quell'arte lì, era un fuoriclasse.

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Riassunto del Bot

La recensione esalta 'E pensare che c’era il pensiero' come disco capace di travolgere l’ascoltatore, senza inutili nostalgie o drammi forzati. Gaber viene lodato per l’attualità, la profondità e l'equilibrio tra ironia e riflessione, con arrangiamenti perfetti e una presenza scenica unica. Un album che non cerca di accarezzare l’ascoltatore, ma lo scuote con eleganza e verità.

Tracce video

01   La sedia da spostare (02:29)

02   Mi fa male il mondo (03:55)

03   Questi nostri tempi (01:52)

04   Isteria amica mia (03:58)

05   L'equazione (04:09)

06   Se io sapessi (05:35)

07   L'abitudine (04:49)

08   La realtà è un uccello (11:10)

09   Qualcuno era comunista (08:16)

10   La Chiesa si rinnova (05:53)

11   Io come persona (08:04)

Giorgio Gaber


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