E’ il 1940 a Castelcutò, paesino immaginario di una caldissima Sicilia e il pagliaccio sta annunciando alla radio, grazie ad un tour operator austro-tedesco, una irrevocabile gita che toccherà l’Albania, la Grecia, l’Africa nord-orientale e l’Unione Sovietica. Pacchetto very small-inclusive per circa 1.100.000 giovani turisti italiani. 320.000 non sono più rientrati e non perché rapiti dalla bellezza dei luoghi visitati.

A Castelcutò solo gli “uomini” portano i pantaloni lunghi e possono fregiarsi dell’ordine dei barbieri che prevede il trattamento sulla poltrona con schienale, braccioli, poggiapiedi e poggiatesta anzichè lo scomodo sgabello in legno riservato ai ragazzini. Renato appartiene a quest’ultima categoria e i pantaloni lunghi vuole indossarli presto per un determinato motivo: una donna. E che donna. Qualcosa che gli stravolgerà la vita, lo farà affacciare al sesso tra fantasie visive e pratiche manuali così intense da disturbare il sonno della famiglia a colpi di metallico cigolio.

Maddalena Scordia intesa Malena è la moglie sola di un ufficiale partito per la guerra. Tutto il paese gira attorno alla sua avvenenza, sorprendentemente castigata, mostrata quotidianamente nel tragitto dalla casa di proprietà a quella del vecchio padre insegnante e duro d’orecchi al punto di confondere, nel labiale dei suoi focosissimi allievi, i desideri pruriginosi con le richieste di ritirata.

Malena viene facilmente marchiata a fuoco dal bigottismo sfrenato di quella Sicilia e per ogni metro percorso tra la gente del paese, così aumentano in maniera propedeutica le sue presunte frequentazioni et/aut relazioni extraconiugali. Quando giunge la notizia della caduta del coniuge sul campo di battaglia, che sembra più una mossa abbietta per ovvi motivi, le possibilità di giacere tra le spoglie erotiche della donna si moltiplicano in maniera esponenziale.

I bombardamenti del ’43 spezzano anche l’ultimo legame di sangue che la conturbante vedova possiede sulla Terra. L’unica difesa per sopravvivere è racchiusa tra le sue cosce. Malena si vedrà costretta a concedersi per mettere qualcosa sotto i denti attirandosi addosso l’ira funesta delle cagnette a cui sottrarrà l’osso. Grazie Faber!

Quando ci sarà la Liberazione, Castelcutò si libererà dei tedeschi e della donna simbolo del peccato sul cui marchio è stata apposta la ceralacca.

Giuseppe Tornatore dirige un film astuto, carico di richiami e di omaggi a geni del cinema nostrano. La passeggiata di Malena lungo la direttrice principale del paese richiama a voce roboante quella della Loren nel “Matrimonio all’italiana” di De Sica, così come sono evidenti le strizzatine a Fellini e le spremute d’occhio a Germi. Da una parte le deferenti ali di folla al passaggio della pulzella, e dall’altra il padre di Renato che è la fotocopia più spinta del grande Saro Urzì di “Sedotta e abbandonata”. Immaginate Urzì nel 1964 a mimare le gesta onanistiche del figlio associandole a lemmi recisamente coloriti: Pietro Germi sarebbe stato disossato dalla censura ma avrebbe anche realizzato un film rivoluzionario.

Per il personaggio principale Tornatore non si avvale di una grande attrice ma di una bella donna. La Bellucci parla poco, offre begli sguardi seppur tristi e mostra quanto basta per rendere interessanti le sequenze, prima su tutte quella della “limonata”, che puntano sulle sue floride forme. Da riconoscere però una certa bravura dimostrata nella scena del linciaggio riservato alle donne che avevano avuto congiunzioni carnali con il “nemico”.

Giuseppe Sulfaro, il ragazzino che interpreta Renato è bravissimo. All’epoca del film aveva sedici anni e avrà sicuramente destato una tellurica scossa d’invidia tra tutti gli adolescenti della linea Messina-Trapani e perché no, del resto d’Italia. Oggi fa il carabiniere in una fortunata fiction sul primo canale.

Bellissima la fotografia dell’ungherese Lajos Koltai, ricca di colori ovviamente caldi, afosi, spossanti. Alcuni piani sequenza sono a dir poco incantevoli. A mio avviso qualche peccato veniale è stato commesso nel montaggio. Qualche sequenza avrebbe potuto durare qualche secondo più, quel tanto che bastava a renderle difficili da dimenticare.

Ennio Morricone non si scomoda più di tanto per la composizione della colonna sonora che risulta comunque efficace. La marcia per fiati dall’odore bandistico che accompagna la sfilata della Bellucci per pavè e remissione dello sguardo fa la sua egregia figura. Il resto gira intorno a due variazioni di temi storicamente eccelsi. Il primo è il leitmotiv dell’Indagine di Petri, di cui ne esiste ulteriore combinazione anche nella Classe Operaia. Il secondo richiama in qualche modo la ballata romantica dei C’era una volta di Leone. Scegliete voi se si avvicina di più al West o all’America.

Un bel Tornatore.

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