Evolution è un album prima del suo tempo. Non che al suo tempo di jazz d'avanguardia, spigoloso e oscuro non ne fosse già uscito nel 1963. C'era già stato Coleman, c'era già passato Coltrane e Cecil Taylor. Ma la sensibilità di quest'album è qualcosa di diverso, una categoria a sé stante.

Grachan Moncur III è figlio del bassista jazz Grachan Moncur II e suona il trombone. Nel 63 essere trombonista e band leader non è proprio scontato, anche se lo strumento è spesso aggiuntivo nelle band, spesso e volentieri rilegato a un ruolo di supporto, sarà soprattutto la salsa e gente come Willie Colon a portarlo in auge più avanti al grande pubblico.
Quindi il nostro band leader parte già con un poco di svantaggio in termini commerciali. In più l'hard bop a Grachan gli sta stretto. Prendendo esempio da suoi contemporanei che sono passati dall'Hard Bop al Post Bop e all'avanguardia sceglie anche lui la strada delle nuove sonorità. Per farlo, e per registrare questo LP sceglie dei Giganti dalla G maiuscola come Lee Morgan alla tromba, Jackie McLean al sax (e che vuoi fare un album post bop e non ingaggiare McLean, che sei scemo?), Bob Cranshaw al contrabasso, Tony Williams alla batteria e Bobby Hutcherson al vibrafono.
Con una lineup così non puoi fallire. C'è così tanto talento in questi sei che pare quasi scorretto nei confronti delle altre uscite discografiche.

Vado al sodo. Evolution è un turbine soprattutto di atmosfere ben definite, che rimane radicato in tutto quello che è popolare ma che mira oltre, mira ad un orizzonte indefinito e imperscrutabile. I sei musicisti perfettamente in sincrono di idee e di esecuzione, Jackie e Grachan già avevano lavorato insieme, quindi non soprende, ma gli altri quattro sembrano davvero conoscersi in profondità da anni e anni. Bobby Hutcherson è un collante eccezionale ed è così rinfrescante in un panorama jazz largamente dominato dal pianoforte nel ruolo di "antitesi ai fiati e alla ritmica". Lee è Lee, dove lo metti lo metti tira fuori sempre qualcosa in più, ma qui è praticamente un camaleonte, prende esattamente gli stessi colori della musica che stanno facendo. Bob Cranshaw sta ancora accumulando esperienza però ha gli occhi gettati al futuro ed è già padrone, si sente, del suo strumento. Tony Williams è una forza della natura, però sa contenersi qui, quando serve.
Ho letto da qualche parte che i sei hanno registato la session mentre erano fatti di erba, non mi soprendererebbe.

Il disco contiene solo quattro canzoni, però belle lunghe:

Air Raid apre il disco, Hutcherson crea un tappeto e poi arriva Williams. Ma l'energia non si capisce bene, inizia prima slow poi una roba alla Jazz Massangers poi diventa cupo poi ecco che si entra nel groove. E la media degli ascoltatori arriva a 1:42, sente dissonanze e mancanza del pianoforte e si dice <<oh no no>> e pigia stop. Chi continua arriverà al punto in cui d'improvviso il mood si fa rarefatto e sospeso, il pezzo si ferma in uno spazio etereo, ma poi riparte ancora più leftfield di prima. Air Raid è proprio come un raid aereo, un saliscendi di momenti fulminanti e di una quietezza spaesante.
Io spesso dico ai miei amici che mi chiedono perché mi piaccia il jazz che è probabilmente perchè i brani jazz sono fatti di contrasti di emozioni, un attimo prima sei in un posto, stai battendo il groove poi parte un assolo e ti porta in un altra destinazione diametralmente opposta. Questo album è quello che cito più spesso come chiaro esempio per sostenere questa tesi. Air Raid porta questo concetto al quadrato, matematicamente parlando.

Evolution è il picco di bellezza del lavoro del sestetto. Ancora una volta si inizia non capendo dove vogliano andare a parare i nostri.
Come stiano tentando di entrare sul tappeto del ring musicale senza ben sapere come fare, poi arriva il profeta-sax a condurli.
Su quel tappeto non ci entreranno mai, l'intero brano è l'attesa di un climax che non arriva. Dopo il sax ci prova la tromba a condurli, poi ci prova in nostro trombonista.
L'atmosfera è tesissima, quasi che debba esplodere una bomba da un momento all'altro. E quando l'ascoltatore potrebbe pensare che stia per arrivare un punto di svolta ecco l'anticlimax, è il turno del vibrafono e l'ensable di supporto si fa più bassa di volume quasi a suggerire che il peggio del evidente disagio espresso da questo brano sia passato. Ma Hutcherson è tanto imprevedibile quanto chirurgico nei suoi lievi e pacati assalti. Ad un certo punto fa rimbalzare i suoi mallet come se fosse caduta una pallone da basket in un campo vuoto. L'immagine mi piace. Quando penso a Evolution come brano penso ad uno scenario stile post apocalittico, anzi di un genere post apocalittico in paricolare: l'ultimo umano sulla terra. Evolution vive nella desolazione silenziosa della metropoli vuota, con il suono delle foglie mosse dal vento e di un pallone da basket che rimbalza ma senza nessuno che l'ha lanciato. I bambini e le loro mamme non ci sono più, tutto è... vuoto. Ma come tutte le storie di questo genere dentro al genere c'è la costante senzazione che chi è sopravvissuto sì sia l'unico umano, ma non sia l'unica creatura. Qualcuno si nasconde nell'ombra.
Quando il tema principale ritorna per concludere il brano non si ha assolutamente l'impressione della fine ma della sospensione nell'infinito, complice anche una modulazione finale carica di ansietà.

The Coaster proprio perchè è posta dov'è posta nel disco è quasi un sorriso di facciata a scacciare i brutti pensieri.
Il brano è molto più ancorato alla commercialità, però Lee Morgan osa l'inosabile in certi passaggi e lo stesso fanno gli altri. Insieme vogliono dimostrare che ce la possono fare ad eseguire un pezzaccio quasi-singolo per le masse. Ma allo stesso tempo vogliono fare un poco il verso agli atesignani dell'Hard Bop, fargli la linguaccia con simpatia.
Al contrario dei due brani precedenti le vampe strumentali sono tutte esposte, ci si brucia il piede a forza di picchiettarlo sul pavimento a ritmo swing.

Monk in Wonderland è indovinate un po', ispirato da Monk. Chi l'avrebbe mai detto. Infatti si parte con "monkismi" allegri e spensierati, ma anche in questo caso qualcosa non è al suo posto. Le dissonanze fanno sì che ci sia un sentore di "spicy", l'equazione non si risolve. La sezione ritmica appare sbilenca, come un castello di carte che da un momento all'altro debba cadere e Tony Williams qui sembra fare veramente il cazzo che gli pare.

I primi due brani sono imprescindibili, gli altri due servono come digestivo. O almeno io li interpreto così. Nel complesso questo Evolution suona irripetibile, per qualche ragione che io mi sono sforzato di mettere in parole ma che non so bene spiegare neanche a me stesso.

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