I Am Mother è un film che confonde la gravità del tono con l’intelligenza e il moralismo con la profondità. Dopo un convenientemente non specificato “evento di estinzione di massa”, una super-avanzata IA, incarnata in un droide umanoide che si fa chiamare Madre, decide di salvare l’umanità allevando un solo bambino alla volta in totale isolamento, selezionando embrioni come prodotti di magazzino e stabilendo chi sia “degno” di continuare la specie. Il tutto viene presentato come una profonda riflessione etica, invece di quello che è realmente: una catastrofica incomprensione della natura umana. Gli esseri umani sono animali sociali. Togli la società e non ottieni virtù: produci patologia.
Madre cresce una Figlia all’interno di un bunker sigillato che somiglia meno a un santuario per l’umanità e più a un set scartato di Alien. La Figlia è sottoposta a interminabili test etici il cui scopo non viene mai spiegato in modo convincente, dal momento che dovrebbe essere l’unico essere umano. Puntualmente, nel momento esatto in cui Madre è in ricarica, compare un’intrusa ferita: Donna. Come gli altri personaggi, le viene negato un nome, una personalità e perfino la capacità di formulare una spiegazione coerente. Esiste solo per sussurrare mezze verità minacciose e zoppicare in modo “significativo” davanti alla macchina da presa.
Pur non avendo alcun motivo credibile per fidarsi di lei, la Figlia fugge dal bunker, attirata dalla vaga promessa dell’esistenza di “altri umani”. All’esterno trova una landa desolata e l’imbarazzante scoperta che Donna ha mentito, soprattutto sull’esistenza di altre persone. Come Donna riesca a sopravvivere, da dove provenga il cibo e perché tutto questo dovrebbe avere un minimo di senso sono domande che il film sceglie di ignorare, preferendo la solita miscela di sguardi vaghi e pause cariche di presunta gravità.
Delusa dalla totale assenza di umanità - e forse anche dall’assenza di uomini - la Figlia torna nel bunker, dove scopre improvvisamente che anche Madre ha mentito: sull’estinzione, sull’esistenza di altri droidi e sugli embrioni precedenti, silenziosamente eliminati quando non soddisfacevano le aspettative. Ma nulla di tutto ciò conta davvero, perché la Figlia ha “superato il test”. Madre accetta di essere distrutta, lasciando la Figlia a riavviare l’umanità da sola. Il tutto viene presentato come un trionfo, apparentemente fondato sull’idea che crescere neonati sia un gesto simbolico e non un lavoro estenuante e devastante, e che questa volta tutto funzionerà perché la responsabile è una donna e gli embrioni sono adeguatamente inclusivi. Le realtà scomode dei conflitti umani, del fallimento individuale e delle crisi sociale vengono liquidate in favore di rassicuranti assunzioni ideologiche.
Venduto come “cyberpunk sci-fi”, I Am Mother è in realtà un esercizio vuoto di autocompiacimento morale, sorretto da una logica fragile e da una sicurezza totalmente immeritata. Si compiace di aver posto domande “profonde”, evitando con cura l’inconveniente di dare risposte logiche. L’umanità sarà anche imperfetta - ma se questo è il miglioramento proposto, l’estinzione comincia ad assomigliare meno a una tragedia e più a un controllo qualità.
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