Il biondissimo bluesman del Tennessee ha al suo attivo otto album solisti, l’ultimo dei quali uscito postumo. Questo qua è il settimo di essi perciò l’ultimo pubblicato in vita, nel 2011 sei anni prima che lasciasse questo mondo.
E’ un buon album… Gregg non mi ha mai sinceramente entusiasmato, ma interessato e intrattenuto certamente si. Per merito della sua voce inconfondibile, di quella postura nel suonare rilassata e ieratica, quasi assorta, di quella salvifica reticenza allo strafare su organo o pianoforte, lasciando più facilmente campo libero ai suoi chitarristi.
Allman si è sposato sette volte! Ha esordito già nel settantuno col primo matrimonio fino al settimo celebrato trent’anni dopo e destinato a stabilire il personale suo record di sette anni di durata. Le altre mogli hanno resistito chi uno, chi due, chi quattro (Cher), chi cinque anni. Come mai? Lui diceva: “Tutte le mie donne mi hanno amato per ciò che ritenevano che fossi, e che invariabilmente non ero…”. La scoperta dell’acqua calda a proposito delle donne, mi viene da pensare.
Inutile in quest’occasione piluccare fra le dodici tracce, tutte cover meno una, per cercarvi perle. Non ve ne sono… mi sembrano peraltro tutti dignitosissime reinterpretazioni blues, oppure rhythm&blues, magari country blues, perfino rock blues, episodicamente anche jazz blues, ben confezionate valendosi di uno stuolo di professionalissimi musicisti, residenti oppure convenuti in uno studio a Los Angeles per la bisogna.
Allman ha generato cinque eredi, solo tre di essi però con qualcuna delle sue mogli (“Sette Mogli Per Un Solo Fratello”… ehm, poteva farci un titolo per un disco!): due di quei figli li ha avuti con altre donne. Era già padre a diciott’anni, nel sessantasei! Che trapano.
Glielo perdoniamo a Gregg di aver riempito di cover questa sua settima fatica: aveva già dato, prima, abbondantemente, tenendo in piedi per mezzo secolo la sua Allman Brothers Band dal nome divenuto inappropriato da mò (lo sfortunato fratello chitarrista provetto se n’era andato all’altro mondo già nel 1971), ingaggiando nel tempo stuoli di chitarristi, bassisti, batteristi e rilanciando la formazione dopo ogni periodo critico.
Allman aveva cominciato da chitarrista, fu il fratellone Duane ad imporgli di darsi alle tastiere perché non era cosa, specie rispetto a lui. La sfortuna di essere il minore della coppia… in realtà ha sempre amato le chitarre più di ogni altro strumento.
La sua voce vissuta e alcolica, lievemente depressa, rimane indubbiamente un punto di riferimento del blues stelle e strisce. Per me, come detto, non è stato un grandissimo, in ogni modo è un artista solo da ringraziare, da ricordare, da ascoltare ogni tanto e questo disco funziona benissimo in tal senso.
Grazie Gregorio, saluta Skydog (Duane), se lo vedi!
Elenco e tracce
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