Esce con il doppio titolo questo film presentato fuori concorso a Venezia. Sicuramente più appropriato il titolo originale che fa riferimento ad un cavo collegato ad un fucile puntato e legato da una parte al collo della possibile vittima e dall’altro al collo del carnefice di modo che nessuno dei due possa allontanarsi senza far partire il colpo in canna. Appunto il filo dell’uomo morto. Molto semplice e micidiale.
Ispirato ad un fatto che accadde nel 1977 ad Indianapolis, Gus Van Sant realizza un gioiello dei suoi.
Un uomo, Tony, di cui si percepisce la disperazione acuita da un certo disturbo ossessivo, sequestra il presidente di una società di mutui, la Meridian. Pretende, in cambio del suo rilascio, una totale immunità, 5 milioni di dollari e le scuse del padre del sequestrato, che in realtà è il vero deus ex machina dell’azienda e che è interpretato dall’eterno Al Pacino.
Tony ritiene di essere stato oggetto di una truffa da parte dell’anziano uomo d’affari e si è messo in testa di far conoscere la sua storia agli americani attraverso la radio e la TV.
Questo l’inizio della storia che attraverso una lunga trattativa telefonica prende una strada tra il surreale e il divertente e che tiene lo spettatore in tensione e in apprensione fino alla fine. Non mi spingo oltre sulla trama, naturalmente, ma alcune considerazioni vorrei farle.
Sono molti i piani su cui si snoda la storia: per esempio i media e la TV in particolare ed il loro potere manipolatore. La televisione è già quella macchina senza scrupoli che si nutre di violenza e indici di ascolto, con i suoi giornalisti d’assalto sempre pronti ad accaparrarsi uno scoop. E se ci scappa il morto meglio.
C’è lo scontro, ormai classico, tra forze dell’ordine, procure e FBI, sui metodi più o meno spicci per risolvere i problemi
.Ad un certo punto pero’ realizzo che protagonista del film diventa la musica e qui si capirà perché è un film che mi è caro. Non parlo solo di colonna sonora ma anche di precisi riferimenti alla cultura musicale dell’epoca. Gil Scott-Heron, Roberta Flack, Donna Summer, Barry White, gli Yes sono solo alcuni artisti che si riconoscono o che vengono citati dal conduttore radiofonico afroamericano Fred Temple, "The voice of Indianapolis", idolo di Tony e suo malgrado coinvolto nella trattativa, anche se poi la maggior parte dei brani va in sottofondo sulle discussioni telefoniche o sulle interviste televisive. E’ musica per le mie orecchie.
E poi su tutto c’è l’umanità di Tony che agli scatti d’ira fa seguire momenti persino teneri nei confronti dell’ostaggio e tra loro comincia a nascere una certa comprensione. Al contrario il vecchio uomo d’affari appare in tutta la sua gretta razionalità evitando le scuse che Tony richiede e accettando che il figlio possa morire, anteponendo i principi degli affari alla vita del suo stesso figlio.
Van Sant non perde lo smalto dei suoi film migliori e conferma quella sua visione dolorosa e lucida di emarginati,di esclusi, un po’ alienati ma sempre molto umani. Attori bravissimi, su tutti Bill Skarsgard nel ruolo di Tony.
Film sicuramente da vedere. Per completezza di informazione su questa vicenda ci fu un documentario nel 2018 dal titolo “Dead Man's Line” di Alan Berry e Mark Enochs che si può vedere sul tubo. Ajò
Allego per chi fosse interessato la scaletta dei brani presenti nel film:
Also Sprach Zarathustra, di Eumir Deodato
Never, Never Gonna Ya Up, di Barry White
Call Me Africadelic, di Gérard Lévecque
Balada Dulce, di Yago Santos
Cannock Chase, di Labi Siffre
Mr. Twist, di SS
Let A Woman Be A Woman – Let A Man Be A Man, di Dyke and the Blazers
Compared to What, di Roberta Flack
Hell for Leather, di Keith Mansfield
Love to Love You Baby, di Donna Summer
Witchi Tai To, di Harpers Bizarre
Randrops Keep Falling On My Head, di B.J. Thomas
I’ve Seen All Good People: a. Your Move, b. All Good People, di Yes
The Revolution Will Not Be Televised, di Gil Scott-Heron