Copertina di Hank Mobley The Turnaround
renémartin

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Per appassionati di jazz, studenti di musica, amanti del sax tenore, fan di blue note, ascoltatori alla ricerca di musica sofisticata ed emozionale.
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LA RECENSIONE

Nonostante molti abbiano speso intelligenza e sensibilità, Hank Mobley non ha ancora ottenuto la giustizia postuma che gli spetterebbe. Leonard Feather - un critico che non ha bisogno di presentazioni - lo definì il "campione dei pesi medi del sax tenore", intendendo così una categoria intermedia tra i "pesi massimi" Coltrane, Rollins & affini, e i "pesi leggeri" votati ad un gusto melodico anche raffinato come Lester Young o Stan Getz.

Ma questa "definizione" passò in breve ad essere considerata un "giudizio", non particolarmente favorevole, per di più. Già, perché non era affatto semplice per un sassofonista muoversi sulla scena jazz nella seconda metà degli anni '50, quando erano in piena fioritura artistica (a parte Lester Young/Pres) quei giganti che ancora oggi entusiasmano e influenzano la musica e i musicisti. La serie di capolavori reigstrati in quegli anni è tale da scoraggiare chiunque (a caso: "Saxophone Colossus" 1956 - "Blue Train" 1957 - "Freedom Suite" 1958 - "Kind of blue" 1959 - "Giant Steps" 1960 ecc. ecc. ). E di lì a poco emergerà prepotente il talento di Wayne Shorter...

Ma Hank aveva coraggio da vendere, e qualità rare: umiltà, notevole tecnica, un timbro caldo e sinuoso, gusto melodico, e una eccellente vena compositiva.

Certo, non era destinato a cambiare la storia del sax, aveva contro il momento storico, ma nonostante l'alto rischio di passare inosservato fece abbastanza per diventare un musicista memorabile. Dopo aver passato un periodo di alto apprendistato nei Jazz Messengers dell'era di Horace Silver, ebbe anche la (s)ventura di sostituire momentaneamente Coltrane nel quintetto di Miles Davis, proprio quando John cominciava a mietere consensi più ampi. E i paragoni, visti così, erano fin troppo facili e altrettanto ingiusti.
Hank non è improvvisatore da fiumi di note, da arditi arpeggi, da spettacolari sostituzioni armoniche. Ma Hank, pure lui, è un musicista vero, un sassofonista dall'anima grande, che ti conquista al secondo ascolto, quando ti accorgi che sta suonando rilassato e quasi sottovoce, con delicate nuances ritmiche, con ricami di note che nascondono una sapienza improvvisativa ormai acquisita.

La Blue Note infatti non se lo lasciò scappare e incise quasi una trentina di titoli, oltre a quelli come sideman. Sono notevoli quelli dei primi anni '60 (Soul Station, Roll Call, Workout), anche se improntati ad un hard-bop più convenzionale, e il suo suono risente ancora della muscolarità coltraniana. Il lavoro che ho scelto "per voi", appartiene alla metà degli anni sessanta, quando Hank raggiunse la sua splendida maturità, e fa parte di una confusa serie di sessioni di registrazioni, spezzetate in vari CD (confesso che non ho ancora capito con quale criterio, ma tant'è...): questo, "Straight, no filter" e "A caddy for daddy". Tra l'altro, la mia copia di "The Turnaround" che viene dal mai troppo compianto "Blue Note magazine" ha una tracklist diversa da quella che trovo indicata sui vari siti di vendita CD su internet. ..ma non importa, cadete comunque in piedi.

I comprimari sono semplicemente dei pezzi di storia del Jazz, per di più ispiratissimi (tutti in piedi, per favore): Paul Chambers al contrabbasso, Freddie Hubbard alla tromba, Billy Higgins alla batteria, e Barry Harris al piano. Ce n'è abbastanza per sedersi e godere la musica. La musica, il jazz, contenuti in questo disco, è una gemma purissima di creatività, espressività, commozione, gioia. Una ballad struggente come "My Sin", dove il sax sconsolato ma anche ostinato di Hank racconta la sua personale storia d'amore, umana, come tutte, che ogni notte torna in mente vivida come non mai. Un tema di quelli che scendono le scale dell'anima, un gradino alla volta, come gli accordi sussurrati dal piano di Harris e guidati per mano dalle spazzole di Higgins.
Forse vorreste una descrizione più oggettiva, ma ho vissuto troppo questa musica, e la vita assomiglia troppo a quello che Mobley ha inciso, che sono convinto che mi capirete. "3rd time around" e "Pat n' Chat" possiedono una grazia mozartiana, in bilico tra gioia e tristezza, dove la fantasia ritmica degli stacchi di batteria è luce pura, dopo temi che sanno di speranza, e assoli che cantano la bellezza in ogni sua forma.

In qualsiasi disco troviate i brani di queste sessioni, troverete una ragione di conforto, la compagnia discreta e preziosa per ogni momento della vita, e un amico che ricorda i momenti più belli, o come sono passati quelli più difficili.

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Riassunto del Bot

La recensione celebra Hank Mobley e il suo album The Turnaround come un'opera di grande valore artistico che testimonia la maturatione del sassofonista in un contesto jazzistico difficile. Caratterizzata da sonorità calde e un approccio melodico e raffinato, la musica di Mobley conquista grazie a una tecnica solida e a composizioni emotivamente coinvolgenti. L'album, arricchito dalle performance di grandi musicisti Blue Note, conduce l'ascoltatore in un viaggio di emozioni autentiche e speranza.

Tracce

01   The Turnaround (08:15)

02   East of the Village (06:44)

03   The Good Life (05:08)

04   Straight Ahead (07:02)

05   My Sin (06:53)

06   Pat 'n Chat (06:27)

Hank Mobley

Hank Mobley (Eastman, Georgia, 1930 – Philadelphia, 30 maggio 1986) è stato un sassofonista tenore statunitense, figura chiave dell’hard bop e colonna portante della Blue Note. Cresciuto a Newark (NJ), passò dai primi strumenti al tenore, sviluppando un timbro caldo e uno stile lirico-ritmico personale. Suonò con i Jazz Messengers (era Horace Silver) e nel quintetto di Miles Davis, oltre a guidare numerose sessioni per Blue Note. Autore di classici come Soul Station, Roll Call e Workout; registrò anche A Slice of the Top (inciso nel 1966 da Rudy Van Gelder, pubblicato nel 1979).
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