Copertina di Hawkwind Hawkwind
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Per appassionati di rock psichedelico, fan di hawkwind, amanti della musica sperimentale e dello space rock anni '70
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LA RECENSIONE

Ripercorrendo la loro interminabile discografia, si scopre che gli Hawkwind (sebbene stilisticamente inconfondibili) furono forse nel corso degli anni un po’ troppo prodighi di idee. Per nostra fortuna, questo debutto omonimo appartiene al novero dei lavori ispirati. Un esordio di classe, che introducendoci nel lisergico emisfero incantato di Dave Brock e compagni, prelude l’affermazione stilistica del successivo “In Search Of Space” (1971).

Comincia a girare questo cd nel lettore, ed ascoltando “Hurry On Sundown”, splendida opener dell’album, si rischia di pensare d’aver sbagliato band. In realtà, trattasi d’un episodio isolato, sullo sfondo del quale, potrebbe con attenzione scorgersi quasi un retroscena country rock (!). Probabilmente, non sapremo mai fino a che punto Brock (che dicono essere la mente della band) fu costretto a guidare le proprie inclinazioni, imbastardendo il proprio sound nell’hard rock e nell’uso e abuso smodato di loop. Ad esclusione di “Hurry On Sundown” dicevo, è già distinguibile a chiare lettere lo “space rock”. I toni però non sono ancora esasperati: la band non si è ancora lanciata all’inseguimento di un clichè. Quindi trova asilo anche e soprattutto la psichedelia, ma gestita con gusto. Così accade nell’esperimento che porta il nome di “Be Yourself”: i giochi di suoni (abilmente intrecciati sul crescendo delle dinamiche) ed i ritornelli, che fungono da sipario sullo stato di fuga in cui precipita il brano, sembrano sapientemente centellinati, come un acido di cui si vuol prolungare l’effetto il più possibile. A questo punto, incedono spettrali le note di “Paranoia”, divisa in due capitoli, che c’introducono entrambi a “Seeing It As You Really Are”. In questi ultimi due episodi, di “suonato” c’è veramente poco, ma il risultato finale è tutt’altro che ridondante. Caratteristica quest'ultima, di cui la band non terrà conto (con eccessiva auto-indulgenza) in alcuni lavori successivi. Chiude quel trascinante inno all’ebbrezza che porta il nome di “Mirror Of Illusion”. Anche tra queste note, si aprono, lanciate dai soli della chitarra, divagazioni psichedeliche. Stavolta però quasi tratteggiate, le nostre allucinazioni danzano nello spazio siderale cui il sound della band si è sempre richiamato.

In definitiva, va detto che l’orecchio giusto con cui avvicinarsi a questo dischetto presupporrebbe un certo background. Alcune melodie tuttavia, sono così incalzanti da convincermi del contrario. Consigliato a chiunque piaccia la buona musica.

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Riassunto del Bot

Il debutto omonimo degli Hawkwind rappresenta un lavoro ispirato, capace di introdurre nel loro mondo lisergico e psichedelico. L'album miscela con gusto space rock e psichedelia, allontanandosi solo in parte dalla sperimentazione hard rock e country rock di alcune tracce. Sono evidenti la cura dei suoni e l'assenza di cliché, pur lasciando intuire evoluzioni future più complesse. Consigliato agli appassionati di musica di qualità e agli amanti del genere.

Tracce testi

01   Wheels (Your World) (06:37)

02   Phetamine St. (03:42)

03   Fantasy (06:23)

04   Alchemy (02:45)

05   Love in Space (09:49)

06   Aerospaceage Inferno (04:47)

08   Blue Skin (05:21)

09   Brainstorm-Turner (04:09)

10   Hawkwind in Your Area (06:48)

11   Reptoid Vision / Keeper of the Reptoid (10:30)

13   Gremlin, Part II (02:45)

Hawkwind

Hawkwind è una band space rock londinese formata nel 1969 a Notting Hill e guidata da Dave Brock. Tra i periodi più celebrati quello 1971–1975, con contributi decisivi di Robert Calvert e la presenza di Lemmy al basso. Celebri per i live ipnotici e l’immaginario fantascientifico.
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