Ingiustamente snobbato dal pubblico e rifiutato da una critica troppo snob, "Ponyo sulla scogliera" è una delle opere più felici, e meno infantili, di Hayao Miyazaki. Esattamente come nel 1988 "Il mio vicino Totoro" venne considerata un'opera elementare (salvo poi diventare, almeno in Giappone, un cult) anche questo film ebbe analoga sorte, ma non è ancora diventato un must e viene spesso derubricato in fondo alle tante odiate/amate classifiche dei film di Miyazaki (e dello studio Ghibli in genere).
Vero è che i temi principali dell'opera miyazakiana sono presenti in numero rilevante (il rispetto dell'ambiente; la natura bellicosa dell'uomo; il pacifismo come unica arma ai mali del mondo) ma il tutto è declinato secondo una formula meno apparentemente adulta rispetto ai capolavori del passato ("La città incantata", 2001; "Il castello errante di Howl", 2004). In un Giappone fuori dal tempo, Brunilde (una bambina-pesce) scappa dal proprio rifugio, finisce su una spiaggia e viene raccolta dal piccolo Sosuke. Se ne innamora, lui ricambia e la chiama Ponyo. Brunilde però è costretta a ritornare negli abissi del mare dal luciferino padre Fujimoto, uno scienziato-stregone che odia gli uomini, ma con una magia Brunilde/Ponyo riuscirà a diventare umana.
Miyazaki, al suo decimo film, opta per uno stile classico, con fondali dai colori tenui ed invenzioni narrative metaforiche di grande impatto (i pesci-acqua che gli adulti scambiano per onde e che sono visibili solo ai più piccoli) e rimandi alla cultura nipponica (l'ambiguità del mare; la centralità della figura femminile rispetto a quella maschile) in una fiaba che ha il sapore delle cose antiche e belle che sembrano perse nel tempo. Non c'è, come in tutto il suo cinema, limite alla visionarietà del regista che sfida le più basilari regole della fisica e della logica con strani rapporti di causa/effetto ai limiti del reale, come se una storia d'umanità e leggerezza non potesse esistere nella realtà quotidiana dominata dalle meccaniche più ovvie e scontate.
Impressionante l'apporto tecnico (170.000 animatori) e un gusto unico nel tratteggiare le fattezze della città in cui è ambientato il film (ispirata alla cittadina di Tomanaura) come consuetudine nella filmografia miyazakiana (si pensi al mix di città che vennero prese ad esempio in "Kiki - Consegne a domicilio", 1989). Così come le fattezze di Fujimoto sono ispirate allo stile di Osamu Tezuka (uno dei geni dell'animazione giapponese tra gli anni '50-'60 e '70). In questo l'accusa di infantalismo è davvero ingiusta visti i continui rimandi a figure alte del cinema orientale del passato, e visto anche il ritmo del film, davvero poco infantile (addirittura un po' troppo lento nella parte centrale) riscattato da momenti di enorme tensione emotiva e, soprattutto, visiva (la sequenza dell'inondazione della città è da cineteca).
Incassi (globali) molto al di sotto della media (in Italia rimase addirittura fuori dai primi 100 al box-office) tanto che Miyazaki si dedicherà immediatamente al successivo film, "Si alza il vento" (2013), che presenterà al pubblico come la sua ultima opera. Sappiamo che non sarà così, fortunatamente.
Il film è stato accolto con grande sorpresa a Venezia perché realizzato interamente con tecniche tradizionali d’animazione senza accendere il computer nemmeno una volta.
L’adattamento italiano risulta una clamorosa artificialità della lingua, con dialoghi tradotti parola per parola e non adattati.