Principessa Mononoke: tre ore di predica ecologista travestita da film
Se esistesse un premio per il film più sopravvalutato della storia dell'animazione, Principessa Mononoke sarebbe un candidato serissimo. Da decenni viene trattato come una sorta di testo sacro intoccabile, quando in realtà è un'opera che confonde profondità con pesantezza, complessità con confusione e poesia con interminabili silenzi contemplativi.
Trama: un caos travestito da capolavoro
La storia sembra scritta da qualcuno che aveva contemporaneamente dieci idee diverse e non voleva rinunciare a nessuna.
Maledizioni, dèi animali, guerre feudali, spiriti della foresta, miniere di ferro, ecologismo, lotta di classe, misticismo, redenzione personale: tutto viene buttato nello stesso pentolone. Il risultato non è una trama ricca, ma una trama dispersiva.
A metà film si ha spesso la sensazione che l'autore stia cambiando argomento ogni venti minuti. Il protagonista passa da una situazione all'altra senza che esista una vera progressione narrativa forte. Gli eventi sembrano susseguirsi più per volontà dell'autore che per una logica drammatica naturale.
Ashitaka: il protagonista più anonimo del pianeta
Il problema principale è che il personaggio centrale è probabilmente il meno interessante.
Ashitaka è talmente perfetto, equilibrato, comprensivo e moralmente impeccabile da risultare quasi artificiale. Non sbaglia mai davvero, non evolve in modo significativo, non ha conflitti interiori memorabili.
È il classico protagonista-santino: guarda tutti con aria saggia, pronuncia frasi solenni e continua a cavalcare verso l'orizzonte.
Un personaggio che sembra progettato per essere ammirato anziché ricordato.
Mononoke: icona più che personaggio
San è diventata un simbolo culturale enorme, ma osservandola freddamente non è un personaggio particolarmente sfaccettato.
Passa gran parte del film oscillando tra rabbia e ostilità. Il suo sviluppo è minimo rispetto al tempo che occupa sullo schermo. Molta della sua fama deriva dall'estetica e dall'immagine iconica piuttosto che dalla scrittura vera e propria.
I personaggi secondari: tutti interessanti, nessuno approfondito
Uno dei problemi più evidenti è che il film introduce continuamente personaggi intriganti per poi lasciarli incompleti.
La Lady Eboshi è forse la figura migliore della storia, ma il film la usa come simbolo politico più che come essere umano. I lupi, i cinghiali, gli spiriti, i guerrieri: tutti arrivano, pronunciano qualche frase importante e poi spariscono nel grande frullatore allegorico.
Durata: un'eternità
Le oltre due ore sembrano molte di più.
L'animazione giapponese degli anni '90 aveva una certa ossessione per i tempi morti contemplativi. Qui questa tendenza raggiunge livelli quasi caricaturali.
Personaggi che osservano il paesaggio.
Personaggi che camminano.
Personaggi che cavalcano.
Personaggi che fissano altri personaggi.
Personaggi che fissano alberi.
Personaggi che fissano cervi giganti.
Dopo un po' si ha la sensazione che il film stia cercando di convincerti della sua profondità semplicemente rallentando tutto.
Musiche: belle, ma ripetitive
Le composizioni di Joe Hisaishi sono spesso elogiate come capolavori assoluti.
Sono certamente eleganti, ma il film tende a utilizzare gli stessi registri emotivi per lunghi tratti. Molti temi puntano continuamente sul senso di meraviglia e malinconia fino a diventare prevedibili.
È una colonna sonora che accompagna bene le immagini, ma che raramente sorprende.
Animazione: sacrilegio dirlo, ma è invecchiata
Qui si entra nel territorio proibito.
Per anni si è raccontato che l'animazione di Principessa Mononoke fosse senza tempo. In realtà molte sequenze mostrano chiaramente i limiti tecnici dell'epoca.
I movimenti risultano spesso rigidi rispetto agli standard contemporanei. Alcuni sfondi sono magnifici, ma molti personaggi hanno una recitazione estremamente contenuta. Chi è cresciuto con produzioni moderne può trovarla molto meno impressionante di quanto dicano i nostalgici.
Il problema dell'animazione "seria"
Il film incarna uno dei cliché più frequenti attribuiti a certa animazione d'autore orientale: l'idea che per essere profondo un racconto debba essere lento, simbolico, enigmatico e pieno di silenzi.
Molte persone escono dalla visione convinte di aver assistito a qualcosa di enorme semplicemente perché non hanno capito tutto. Ma l'incomprensibilità non è automaticamente profondità.
A volte un film confuso è semplicemente un film confuso.
Il messaggio ecologista: sottile come un martello pneumatico
La morale viene spesso descritta come complessa e sfumata.
In pratica il film passa due ore a ripetere che la natura e l'umanità sono in conflitto e che entrambe le parti hanno torto e ragione allo stesso tempo.
Un concetto interessante, ma ribadito così tante volte da perdere forza.
Verdetto finale
Principessa Mononoke viene spesso trattato come una vetta assoluta del cinema d'animazione. Guardato senza il filtro della venerazione critica, può apparire invece come un film prolisso, dispersivo, narrativamente disordinato e più interessato ai propri simbolismi che ai propri personaggi.
Per alcuni è un capolavoro filosofico.
Per altri è due ore e passa di lupi giganti, dèi arrabbiati, monologhi ecologisti e gente che fissa la foresta con aria serissima.