Copertina di Hole My Body, The Hand Grenade
ashanti

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Per appassionati di rock alternativo, fan del grunge e della scena anni '90, cultori della musica indipendente e chi cerca album autentici e intensi.
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LA RECENSIONE

Se mai dovessi incontrare Courtney, le consiglierei di morire, in un modo o nell'altro. Avrebbero così un senso i suoi vani sfoghi artistici, l'esperienza con le Hole, la sua carriera da attrice, i suoi strenui sforzi per essere all'altezza dello standard del cantautorato rock americano, underground e non, e magari, anche la storiografia si convincerebbe, la smetterebbe di tacciarla come mediocre e per qualche settimana, la celebrerebbe come divina, giusto per riempire qualche pagina in più.

Ma se in questi anni ho capito qualcosa di lei, è sicuramente il fatto che non è di certo una persona artefatta. È ingenua, agisce senza grossa riflessione, è mossa dall'istinto e da un patetismo tutto suo. Tutto ciò, pur traducendosi musicalmente, in una mancanza di metodo e nozionismo di base, sfocia tuttavia in una vena compositiva assai varia, frutto delle molteplici esperienze di vita, musicali e culturali che costituiscono il suo background. L'eclettismo della Love ha dato luogo, nel tempo, ad esiti musicali molto diversi tra loro, in virtù dei quali possiamo considerare abbastanza frammentaria la produzione delle Hole, se non addirittura priva di coerenza. E in un'apparente mancanza di unitarietà si risolve l'album in questione: una specie di raccolta di brani inediti, versioni unplugged e cover, in cui è però sintetizzata in maniera organica tutta la storia delle Hole: dalle origini noize al foxcore, sino alle pretese grunge e alla troppo pesante competizione con l'ombra di Kurt Cobain.

È da dire che le Hole ebbero strani rapporti col foxcore: pur costantemente richiamandosi a quel mondo, di certo non furono delle rigoriste in materia. Anzi. A Courtney, le riot di Olympia dovettero sembrare, ad un certo punto, assai stereotipate e inutilmente velleitarie, a giudicare dal testo di "Olympia". Se mai le Hole hanno fatto foxcore, lo ritroviamo, forse, solo in quest'album: "Turpentine", "Phonebill Song", "Burn Black", "Dicknail", brani depennati dalla tracklist di "Pretty On The Inside", in cui comunque risalta l'originalità dell'interpretazione di Courtney rispetto agli stereotipi del genere. Ci fu poi il grunge e l'album "Live Through This", che stava lì a ribadire il concetto in veste edulcorata ma, se non altro, personale: abbiamo qualche pezzo unplugged: la celebre "Miss World", "Softer, Softest", "Asking for It". E se l'ombra di Cobain grava su quell'album, abbiamo poi "Old Age", una cover dei Nirvana registrata per l'unplugged di MTV, che risente ancora delle emozioni suscitate dalla morte di Kurt e della commozione di Courtney che sembra concentrarsi nel ripetuto "I'm sorry" finale.

Celebrare i Nirvana in quel momento e in quella circostanza aveva un significato del tutto particolare. Proprio in quella occasione, qualche tempo prima, i Nirvana erano stati gli artefici di uno spettacolo assai suggestivo, dal quale fu poi prodotto un disco di grande fortuna, "Unplugged in New York", in virtù del quale, a buon diritto, i Nirvana posero la loro candidatura ad essere ascritti nella schiera dei grandi cantautori della tradizione americana. In questo senso, il tributo ai Nirvana da parte delle Hole, è una celebrazione del ricordo e, allo stesso tempo, un riconoscimento della loro posizione ormai definitiva nell'immaginario rock. Ma è anche senso di appartenenza ad un modello, a degli ideali il cui peso, si rivela, a tutt'oggi, assai difficile da portare. Un peso con cui i musicisti rock di oggi convivono costantemente e di cui, probabilmente, più nessuno si farà carico.

Eppure, Kurt Cobain, così come Courtney Love, non sono mai stati dei musicisti nel senso stretto. Non possiamo certo dire che abbiano inventato qualcosa. La loro peculiarità sta piuttosto in un'originale rielaborazione di una lunga tradizione musicale: rock bianco per lo più, dal country alle avanguardie punk. Ed è in un richiamo alla tradizione che possiamo inquadrare le cover presenti in questo album: "Seasons of the Witch" di Donovan, la versione britannica e avanguardista di Bob Dylan, e "He Hit Me" di Carole King, celebre cantautrice, donna e americana: ed è anche nella scelta di questi due pezzi che si salda la frammentarietà di questo album: è la biografia delle Hole, del loro mondo variegato, complesso, contraddittorio, documento emozionale di una vicenda umana ancor più che musicale, e in quanto tale, compiuto oggetto d'arte.

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Riassunto del Bot

La recensione analizza l'album 'My Body, The Hand Grenade' come una raccolta frammentaria ma organica della carriera delle Hole. Esso sintetizza le diverse tappe musicali della band e di Courtney Love, sottolineando il valore emotivo e il tributo ai Nirvana. L'album si caratterizza per la varietà stilistica e per un forte senso di autenticità, pur nella sua mancanza di coerenza formale. Un documento artistico denso di contraddizioni e passione.

Tracce testi video

06   Beautiful Son (02:30)

07   20 Years in the Dakota (02:54)

Leggi il testo

08   Miss World (demo) (03:29)

11   He Hit Me (It Felt Like a Kiss) (03:44)

12   Season of the Witch (03:42)

13   Drown Soda (live) (06:10)

14   Asking for It (live) (05:58)

Hole

Hole sono un gruppo alternative rock statunitense fondato a Los Angeles nel 1989 da Courtney Love ed Eric Erlandson. Attivi nel pieno dell’era grunge con dischi chiave come Pretty on the Inside (1991), Live Through This (1994) e Celebrity Skin (1998), hanno avuto una seconda fase tra 2009 e 2012.
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