Il quadro che non c’è più (e forse non è mai esistito)
A un certo punto, durante un’intervista, Giuseppe Lippi lascia cadere una cosa quasi di sfuggita. Il dipinto originale di Karel Thole per la copertina de I mostri all’angolo della strada… non si trova più. Non c’è una storia ufficiale chiara. Non c’è un evento preciso. Solo tracce: passaggi di mano, archivi, dimenticanze, forse disattenzioni diventate irreversibili. E come spesso accade con ciò che non si riesce a fissare, il vuoto comincia a lavorare da solo. Perché una cosa che non si trova abbastanza a lungo smette di essere un oggetto smarrito. Diventa una storia che si racconta da sola. Ed è da qui che nasce Il secolo di Cthulhu. O almeno: da qui prende una delle sue possibili forme.
Il libro ruota attorno a due anniversari: i cento anni da Il richiamo di Cthulhu di H. P. Lovecraft e i sessant’anni della storica copertina di Thole. Ma più che una celebrazione, sembra un tentativo di inseguire un’assenza. E come tutte le cose che inseguono un’assenza, finisce per moltiplicarla. Il saggio di apertura di Pietro Guarriello è probabilmente la parte più solida: ricostruisce la nascita di Il richiamo di Cthulhu come un intreccio di influenze — da Margaret Murray a Lord Dunsany fino a Arthur Machen — mostrando quanto Lovecraft sia più una convergenza che un’origine.
Poi arrivano i racconti, e il quadro sparito diventa un punto di gravità instabile.
C’è chi lo insegue dentro la Mondadori (L’architetto di Cthulhu di Mauro Palazzi), chi lo usa come innesco per una Milano terminale di Flavio Deri, chi lo trasforma in errore fatale (Il passaggio di Irene Visentin). E poi c’è Paolo Sista, che sposta tutto su un altro livello: Villa Thole non è un luogo di ricerca, ma quasi un punto di equilibrio. Come se il quadro non fosse scomparso, ma semplicemente tornato dove doveva essere. Stefano Sbaccanti riporta il discorso sui culti, con ombre che arrivano fino a Aleister Crowley.
Daniele Corradi invece sembra scrivere di lato, quasi dentro una tensione personale con la figura di Giuseppe Lippi. Perché alla fine resta una domanda che non riguarda il libro in sé, ma il suo funzionamento.
Resta il sospetto che l’idea dietro il progetto sia più inquietante — e più riuscita — dei racconti stessi. E questa sensazione non si risolve. Anzi, è quella che rimane addosso più a lungo. In fondo, il punto non è il quadro.
Il punto è che continua a sparire proprio mentre se ne parla.