Peter Tagtgren è sicuramente un personaggio nell'ambito del metal estremo, possiamo definirlo irrequieto, poliedrico ma la parola che secondo me meglio lo caratterizza è "workaholic", cioè un uomo che con il proprio lavoro/impiego ha creato una forma intensa di dipendenza psicotropa: questo maniaco insonne riesce tranquillamente a divincolarsi tra la gestione dei suoi celeberrimi "Abyss Studios", il ruolo di producer dietro la consolle per grossi calibri metal (Dimmu Borgir, Celtic Frost, etc..etc..), nonché padre padrone dei Pain e, of course, dei nostri cari Hypocrisy.
Creatura ormai mitologica nel campo del death metal di scuola svedese, vuoi per la lunga appartenenza, vuoi per una serie di album molto apprezzati dal pubblico e dalla critica (vedasi "Abducted" , "The fourth dimension" e l'omonimo Lp), gli Hypocrisy decisero con il precedente "Catch22" di darsi una rinfrescata di idee, una matrice di originalità che permettesse loro di non soffocare nella (ottima) routine. Fu così che l'album in questione risentì di qualche influenze abbastanza nu/metalcore a stelle e strisce, diciamo, Slipknot "Iowa" era in primis, quindi roba feroce e dissennata, ed infatti l'album ebbe comunque un forte responso positivo dalla critica (sui dati di vendita non sono aggiornato), che apprezzò la ricerca di originalità, il tentativo di non far sempre leva su di uno stile sì vincente ma anche oltremodo esplorato e conosciuto.
Ecco, con "The Arrival" si torna completamente indietro, dimenticatevi influenze di qualsiasi genere e sorta, qui tutto sa di ritorno casa, gli Hypocrisy si sono risvegliati nel loro mondo fatto di swedish death metal abbastanza melodico, mai veloce, molto groovy, addirittura chorus facilmente riconoscibili e (se il buon Tagtgren non possedesse un'ugola al vetriolo) quasi canticchiabili, come per esempio in "Dead sky dawning" o "New world".
Insomma siamo di fronte ad un ottimo lavoro, magnificamente prodotto (suoni davvero potenti e cristallini) ed eseguito, ma, di contro, edulcorato o se preferite, semplicemente un album nel quale la furia, la rabbia, la tensione tipica del genere non trovano applicazione: solo l'opener (meravigliosa ed evocativa) "Born dead buried alive" e "Stillborn" e la già citata e thrashy "New World" portano con se il germe dell'impeto e dell'impatto sonoro, che altrimenti, nell'arco di durata dell'intero Lp, circa 40 minuti, soccombe in favore di atmosfere lente e drammatiche che ad ogni modo risultano assai gradevoli, come nel singolo e video "Eraser"(il riff, ehmm diciamo del ritornello è fantastico) o nella conclusiva ed evocativa "War within".
"The arrival" è in definitiva un album di gran classe, raffinato e coinvolgente, ma potrebbe non attecchire in tutti coloro che avevano apprezzato la vitalità esplosiva del precedente lavoro od anche la dirompente potenza del successivo "Virus": insomma un lavoro apprezzabilissimo per fluidità d'ascolto e pathos ma forse un po' interlocutorio, che lascia interdetti sul quale sia la direzione stilistica intrapresa da Tatgtgren e soci.
Ad ogni modo ne consiglio l'ascolto, quanto meno per farsene un'idea propria.