Non ho mai nascosto di rimpiangere il prog-metal delle prime ondate, quelle ancora legate allo stile Dream Theater, che si sono consumate fra gli anni ‘90 e 2000, così come ho spesso espresso qualche piccola critica alla piega che il genere ha preso negli ultimi 15 anni, con il suo dominio di chitarre quasi sempre estreme, nonché la carenza di tastiere e melodie veramente forti. Ma ciò non vuol dire che non apprezzi il nuovo corso, col tempo lo sto rivalutando molto e la validità delle nuove leve è assolutamente fuori discussione. E poi “progressive” vuol dire davvero “progredire”, e se si vuole veramente essere coerenti bisogna andare avanti, affacciarsi senza paura al nuovo e non rimanere ancorati al glorioso passato.

Nell’anno appena trascorso sono stato decisamente folgorato da una band britannica (e questo fa un po’ notizia, le band britanniche sono più attive nel prog-rock, meno nel prog-metal, prodotto molto più americano, svedese o norvegese). Si tratta degli Ihlo. Gli Ihlo non sono certo liberi dagli stereotipi che infarciscono il genere nella sua incarnazione recente, nel loro bagaglio non mancano chitarre estreme, finezze tecniche e soluzioni di derivazione djent; ma queste non sono così pronunciate come in altre band, e soprattutto riportano al centro quella che era forse la grande protagonista delle vecchie ondate, la melodia. Negli Ihlo la melodia non è un contorno, è ampiamente sviluppata e persino protagonista, e lo è persino nei momenti in cui le chitarre picchiano duro. A catturare poi la mia attenzione in particolar modo è stata la notevole componente elettronica. Gli Ihlo non rispolverano i vecchi synth retro-prog e le vecchie aperture AOR, preferiscono piuttosto puntare su loop elettronici brillanti, ripetuti ma vari, che in ogni caso adempiono bene nella loro funzione di costruire la melodia; da amante della sperimentazione di suoni la cosa non può che piacermi, anche perché l’elettronica ha l’incredibile pregio di non risultare mai veramente trita e ritrita, anche quando non aggiunge cose stranissime, insomma non corre lo stesso rischio di diventare stantia che corre ad esempio un assolo di organo Hammond.

Nel 2025 è uscito il secondo album di questa band britannica, intitolato “Legacy”, ben 6 anni dopo il già valido esordio “Union”. Un disco che amplia le idee del primo anche se non in maniera così evidente, comunque quanto basta per metterle in risalto con più forza. La componente elettronica in particolare ne esce assolutamente rinforzata, raggiungendo una varietà interessante; significativo a tal proposito il brano “Storm”, che funge da vero e proprio intermezzo elettronico, ma anche la prima parte di “Source” si fa forte proprio del suo arrangiamento pungente. Anche sotto l’aspetto melodico sono stati fatti dei bei passi avanti, qua abbiamo proprio la conferma della centralità dell’elemento melodico, che come già detto è predominante anche nei momenti duri; l’album suona luminoso e sognante in tutta la sua durata, le tonalità rosse e arancioni vivaci della copertina sembrano proprio introdurci in un’atmosfera soleggiata ma intrisa di malinconia autunnale. A testimoniare la predominanza melodica sono ad esempio le lunghe parti introduttive delicate di brani come “Replica” e la già nominata “Source”, che arrivano a sfiorare o a superare i 2 minuti prima che le chitarre pesanti intervengano. “Empire” invece è l’esempio più lampante di brano che mantiene sempre la centralità della melodia, quello proprio dove la componente metal non vuole mai imporsi. Ma la testimonianza più veritiera di questa natura melodica è rappresentata dai brani lunghi e dilatati; i brani lunghi, che superano i 7-8 minuti, caratterizzano gran parte dell’album, ma ve ne sono ben 3 che sono totalmente (o quasi) delicati, e sono proprio questi che ci aiutano a comprendere la vera natura degli Ihlo. Impossibile non farsi accarezzare dall’andamento cullante, sognante e solare di “Mute” e “Signals”, che si presentano come brillanti esempi di neo-prog sulla falsa riga di band moderne quali gli Airbag; mentre nella title-track “Legacy” i ritmi sono più cupi, malinconici e riflessivi, con un crescendo di intensità che ci porta addirittura su territori post-rock. Questi risultano essere gli episodi più riusciti e compiuti, tanto che viene lecito chiedersi… E se gli Ihlo fossero in realtà una band progressive rock che sta solo fingendo di avere un lato metal? Non è così proibitivo pensarlo, anche perché quando picchiano duro non lo fanno mai davvero con cattiveria, nulla che ti faccia veramente venir voglia di scatenarti, non sono proprio la band da pogo e headbanging. Sento che se un giorno decidessero di disfarsi della componente metal per buttarsi a capofitto su un prog-rock melodico farebbero centro sicuro, potrebbero letteralmente volare e realizzerebbero qualcosa di ancor più grandioso di quanto già fatto. Diciamo che nel loro caso il vero rivelatore sarà il tempo; sono diverse le band a cui l’etichetta metal stava stretta e sembrava quasi forzata che hanno poi rivelato la loro vera identità, mi vengono in mente i Pain of Salvation e i Leprous (e io azzarderei anche gli Opeth).

Tralasciando ogni dibattito filosofico gli Ihlo hanno parzialmente infranto le regole dell’odierno prog-metal e ci hanno regalato un disco che restituisce al genere una profondità e una sensibilità che sembrava aver lasciato per strada, ma lo hanno fatto senza tornare indietro, anzi guardando al presente e forse pure avanti; un disco che sembra fatto per riconquistare utenti delusi dall’ultimo corso del genere ma senza stare ai loro porci comodi, senza ripiombare in vecchi cliché. Boh, per me è stato il disco dell’anno 2025!

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