E' l'album della definitiva conferma di Ivano Fossati come musicista di prim'ordine. La prova più lampante della distanza da certe spigolosità degli esordi è il confronto tra "La costruzione di un amore" nella contorta e tormentata versione originale con quella cristallina e impeccabile di questo disco, che è nel complesso perfetto nell'orchestrazione e alterna originali e colti spunti etnici a composizioni più classicamente occidentali, il tutto sostenuto da un'inventiva in stato di grazia e da una cura quasi maniacale dei particolari. Basta e avanza per compensare certi eccessivi ermetismi dei testi, che sono e saranno sempre tipici di questo artista.

 Volendo trovare il capolavoro nel capolavoro direi "La pianta del tè" (parte I e II), il cui fascino notturno, lunare e misterioso è dovuto al contrasto tra i vellutati flauti di canna andini e le percussioni ostinate e inquietanti, ma non invadenti. Già stupenda la prima parte, ma la seconda raggiunge vette da brivido, con i flauti di Una Ramos che scatenano tutto il loro potere magico e ci portano davvero in cima a qualche picco cileno o peruviano. Analoga ambientazione notturna ha "La volpe", cupa filastrocca dove non stona neanche il tipico belato di Teresa De Sio, qui usato come appropriato controcanto alla secca voce di Fossati. Momento di profonda malinconia è "L'uomo coi capelli da ragazzo", dove il clima di solitudine e malattia, ancora più che dal testo, è reso dall'estrema tensione creata da un basso che ronza insistentemente e dall'implacabile ripetizione di una nota di tastiera ad intervallo fisso, un "effetto goccia" che copre tutto il brano. "Questi posti davanti al mare" è costruita su una melodia elementare, ma è aperta e chiusa da una squillante fanfara di tastiere, possiede un ritmo complesso ma irresistibile (difficile tenere le mani ferme), e come se non bastasse è nobilitata dalla partecipazione di nientepopodimeno che Fabrizio De André e Francesco De Gregori. L'altro nume tutelare di Fossati, cioè Paolo Conte, non compare di persona, ma viene più che evocato in un delizioso quadretto alla francese, "Le signore del ponte-lance", per pianoforte e voce, degno di certe analoghe composizioni dell'avvocato di Asti. Anche i brani un po' meno ispirati contengono sempre qualche preziosismo che li rende inconfondibili: vale per "Terra dove andare", con il suo ardito accostamento di fisarmonica e ritmo reggae, e per "Chi guarda Genova", la cui elaborata ritmica, sempre di ispirazione caraibica, è scandita anche da un insolito flauto che affianca la consueta batteria. Eppure in entrambi i casi il risultato è non solo estremamente originale, ma anche assai gradevole. Merita un cenno anche la breve chiusa, "Caffè lontano", in cui il limpido suono dell'arpa celtica addolcisce una voce un po' lamentosa. Contiene tra l'altro un verso illuminante alla Paolo Conte: "I londinesi sono ombrelli in pena..." Geniale, come tutto questo disco.

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