Copertina di Jackson C. Frank Jackson C. Frank
Johnny Suede

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Per appassionati di folk, amanti della musica acustica e cantautori intimisti, cultori della musica d'autore e della storia del folk britannico.
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LA RECENSIONE

"I want to be alone / I need to touch each stone"

La storia che voglio raccontarvi inizia da questa sedia. Un Jimmy Page spiritato riassume la scena folk inglese in un delirio chitarristico tra citazioni e rimandi a blues, musica celtica, ballate medievali, raga indiani e scale arabeggianti.
Un medley di Davy Graham e Bert Jansch, che rappresenteranno per il folk inglese quello che Alexis Korner e John Mayall hanno rappresentato nel British blues. Nel solco da loro tracciato si inseriranno figure di primissimo piano, da John Renbourn (che con Jansch formerà i Pentangle) ai Fairport Convention, da Alan Stivell ad Anne Briggs, da Jimmy Page a Nick Drake.

Come si inserisca invece in questa storia Jackson Carey Frank è una cosa che sinceramente non so spiegare. Quello che posso affermare con certezza è che lui rappresenta - pur essendo americano di nascita e di formazione - il tassello mancante all'interno del folk inglese.
Il suo stile chitarristico passa con disinvoltura dal complesso fingerpicking di Jansch e Graham ai sinuosi intrecci di Drake-iana memoria, senza che mai un ricamo risulti fuoriluogo o vada ad appesantire una trama già di per sé scarna e ridotta all'essenziale. Ancora più stupefacente però è il suo timbro vocale, a metà strada tra il primo Tim Buckley e l'ultimo Nick Drake.

Il suo album omonimo datato 1965 è una lenta discesa verso solitudine e malinconia fino alla caduta libera nella disperazione di "Dialogue", vera e propria perla del disco. Interamente prodotto da Paul Simon, il cui debito nei confronti del folk inglese (ed in particolare di Davy Graham, con il quale tenterà invano di formare un duo) non sarà mai completamente estinto, rimane l'unica testimonianza che Jackson C. Frank consegnerà ai posteri.

Il resto della sua vita sarà costellata da eventi tragici (come la morte del figlio primogenito) che lo segneranno per sempre e che lo porteranno ad una grave depressione dalla quale non si riprenderà mai.

La storia che volevo raccontarvi finisce sulla stessa sedia (questa volta equamente suddivisa tra Bert Jansch e il giovanissimo Bob Dylan di "Highway 51 Blues") sulla quale Page si siederà soltanto quando vorrà pagare tributo ai grandi maestri della scena folk.

Pur trattandosi di un cantautore intimista e raffinato, l'opera di Jackson C. Frank non è imprescindibile, almeno per coloro i quali non sentano il bisogno di toccare con mano ogni singola, fottuta pietra.

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Riassunto del Bot

La recensione celebra l'album omonimo di Jackson C. Frank del 1965 come un'opera cruciale e intensa all'interno del folk inglese, nonostante l'artista fosse americano. L'album, prodotto da Paul Simon, è descritto come un viaggio emotivo tra solitudine e malinconia, con un fingerpicking raffinato e una voce unica. La vita dell'artista fu segnata dalla tragedia, che si riflette nella profondità del disco. L'opera è destinata a chi desidera esplorare a fondo il folk e le sue radici più intime.

Tracce video

01   Blues Run the Game ()

02   Don't Look Back ()

04   Yellow Walls ()

05   Here Come the Blues ()

06   Milk and Honey ()

07   My Name Is Carnival ()

08   I Want to Be Alone ()

09   Just Like Anything ()

10   You Never Wanted Me ()

Jackson C. Frank

Cantautore folk americano noto per l'album omonimo del 1965, prodotto da Paul Simon. Lo stile chitarristico mostra influenze del folk britannico; le sue canzoni sono caratterizzate da forte malinconia. La sua vita è stata segnata da eventi tragici e da una lunga depressione.
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