Ci sono album dalla copertina azzeccata, quasi una sorta di vera e propria trasfigurazione dei suoni in un'unica, emblematica immagine. Ed è proprio così, questo "Miles From The Lightning": ascoltarlo è come ritrovarsi in una foto in bianco e nero, dove tutto è sfumatura, dove ogni cosa ha i colori opalescenti e tenui del ricordo, e la tristezza quieta e minacciosa di un cielo, o di un animo, rannuvolato di rabbia e di presagi.
Classe 1976, il bardo oscuro del Wisconsin Jeffrey Foucault ha attuato sin da questo suo esordio - datato 2001 - una precisa e radicale scelta stilistica: la tradizione. E la voglia di diventare grandi in fretta. Sì, perché lasciandosi guidare dal solo ascolto, a Foucault inevitabilmente si attribuiscono ben più dei suoi trent'anni scarsi. Every fountain of my youth/Is just a well gone dry
, ed è forse questo il messaggio chiave che Foucault vuole disperatamente trasmettere attraverso la sua musica. Una sorta di rassegnazione ribelle ad una maturità che è innanzitutto fatica e risveglio da ogni illusione, compresa quella d'amore.
Voce oscura e potente, ruvida e malinconica come una sera con troppe birre e senza neanche una donna da stringere, Foucault snocciola in questo disco quattordici ballads e oltre settanta minuti di puro splendore folk. Chitarre acustiche dal suono gelido e perfetto, sonorità risplendenti e cesellate come gioielli, melodie pizzicate e cullanti alternate a riff ossessivamente ribelli. E soprattutti i testi. Testi che parlano d'amori oscuri, di dubbi, di rabbia, di città anonime e autostrade illuminate da chiarori lunari. Testi che sono disperazione e desiderio di unione (But I'm lost/And so much want/To be found
), che sono amore (Love is patient/ Love is kind/ But let's be honest/ Love is a catalogue of deadly sins
), che sono i ricordi un Vietnam vissuto come in un'altra vita (In 1964/ I was seventeen years old/ I got caught up in the draft/ I did like/ I was told/ And spent a pair of too long years/ Too young to be so old
).
Ma è nei brani più tenui e malinconici che Foucault lascia il sottile equilibrio fra grande artigianato e vera e propria arte per addentrarsi in reami di bellezza e impatto assoluti. Così la delicata "Walking at Dusk" risplende malinconica di bagliori madreperla, come un mare increspato dal vento in un autunno malinconico e senza fine. O l'enigmatica "Californ-i-a", forse il capolavoro del disco, che rimane sospesa nel baratro teso fra la rabbia del testo (If I had the stars/I'd throw them on the ground/If I had the sun/I'd take and burn it down
) e l'incedere cullante delle chitarre, incerte fino all'ultimo su quale sentiero imboccare fra tonalità maggiori e minori.
Un album oscuro e sicuro, un blend di sonorità e sensazioni sempre diverse ad ogni ascolto, un American Whiskey da gustare in una fumosa serata di nebbia, persa nei meandri di un passato che proprio non vuol saperne di passare.