Agosto 1969. Ultima giornata di Woodstock. L’apoteosi dei “3 Days of Peace and Music”, il più grande concerto rock di tutti i tempi. Crosby Stills and Nash, Greatful Dead, Iron Butterfly, Joe Cocker, The Who, Janis Joplin, Jefferson Airplane, Santana... Questi sono solo alcuni dei 24 gruppi che parteciparono all’evento, ma nessuna loro performance resterà tanto nella storia della musica quanto l’esibizione di Jimi Hendrix e i suoi gladiatori. Non è un caso, infatti, che se parli ad un tamarro qualunque di “Woodstock”, egli penserà nell’ordine le parole: “Spinello, Sesso, Acido, Pace e Jimi Hendrix”. Quando mi sono comprato questo doppio CD ero proprio sicuro di compiere un ottimo acquisto, e di aver inserito nella mia collezione di Live la ciliegina sulla torta. Non mi sbagliavo. “Ladies and gentlemen: The Jimi Hendrix Experience”. Il gruppo si posiziona. E’ arrivato il loro momento. Dopo un breve intro di Jimi, ecco la sua Strato che inizia a fare il culo a tutti, partendo da una fantastica “Message To Love”. Il solito riffone con la solita voce da negrone di Jimi che precedono l’assolone paradisiaco/ infernale (scegliete voi) della sua Fender capovolta. Scorre bene anche “Hear My Train A Comin’” che mi trascina verso l’alternarsi di un viaggio in due cosmi paralleli: dalla dimensione rude ed estrema di “Spanish Castle Magic” a quella più soft e liscia di “Red House” e “Lover Man”, per poi tornare nel mondo duro e granitico della meravigliosa, incredibile e un’altra miriade di aggettivi “Foxey Lady”. Che orgasmo senza limiti! Quale magnifica goduria si sprigiona nel mio gulliver ogni qualvolta riesca a sentirne almeno una nota. La mia nona sinfonia. Il mio Ludovico Van. Ecco poi arrivare “Jam Back At The House”, ed è già ora di premere eject e infilare il secondo disco. Merda! Proprio ora che stavo raggiungendo il Nirvana. Ma ecco che riprende il viaggio, ed ecco “Izabella”, il riscaldamento, lo stretching, la preparazione per la finale di Coppa del Mondo. E finalmente ci siamo. “Fire” da il calcio d’inizio a 25 minuti da srotolarsi come un calzino alla rovescia. Lo scheletro mi esce di fuori. “Voodoo Child”, la cosa più difficile in natura. 13.40 minuti per una fila dietro l’ altra di lacchezzi con la sei corde. Colorazioni del sottoscritto: rosso, rosso pompeiano, arancio aragosta, viola funebre, blu tenebra. Al blu tenebra, cado sempre in coma cardiovascolare. “Star Spangled Banner”. L’opera massima della capacità espressiva di un chitarrista. “Fatela la guerra, fatela. Ma ricordatevi che non ci fermerete mai, brutti figli di puttana! Tiè! Beccatevi 'ste bombe a sei corde! Pace, cazzo!”. Il messaggio di una nazione intera, stufa di morte e violenza, eseguito senza neanche una parola. Porco cane, che performance con i contro e ri-controcoglioni. Ma, colpo di scena nei minuti di recupero della ripresa: ecco l’inconfondibile attacco di “Purple Haze”. Delirio. Piogge acide di applausi di gente sotto acidi. Ci siamo. Un’improvvisazione e “Villanova Junction” anticipano i calci di rigore. Ecco “Hey Joe” che finalmente esclama il verdetto tanto sospirato. Jimi Hendrix: 16 (le tracce) – Resto del mondo: 0 Jimi Hendrix: vocals, lead guitarBilly Cox: bass, backing vocals Mitch Mitchell: drums Juma Sultan: percussion Larry Lee: rhythm guitar Jerry Velez: percussion
Jimi Hendrix non è mai nato, non è mai morto, non è mai esistito, è stato un bagliore nelle nostre coscienze.
La musica rende più intelligenti, bevete allora musica invece di bevervi le cazzate dei Media!