State partendo per una vacanza? Dovete affrontare un viaggio su qualche strada sperduta?? Bene, allora fate il possibile per procurarvi questo disco, al momento di fare i bagagli caricatelo sul lettore della vostra macchina, alla partenza abbassate i finestrini (sempre che non piova) e… VIA!
Il buon vecchio Johnny, nel 1997, riemerge da una lunga assenza discografica, ben 11 anni dal non certo trascendentale “Eye of the zombie”, dovuta soprattutto alle note controversie con la sua vecchia casa discografica, la Fantasy, tra l’altro si è pure visto costretto a non cantare in pubblico le SUE vecchie canzoni dei Creedence Clearwater Revival per non arricchire ulteriormente dei pescicani, e piazza la zampata del vecchio leone.
“Blue moon swamp” è infatti un gran bel disco, forse non un capolavoro assoluto, ma uno splendido dischetto che ripercorre a suo modo il mare magnum della grande tradizione musicale americana. Si parte con un pezzo country, “Southern streamline”, e poi via con alcuni brani destinati a diventare suoi futuri cavalli di battaglia come “Hot rod heart” (rock’n’roll puro) e il grande swamp-rock di “Blueboy” . C’è posto anche per un brano simil-gospel, con l’aggiunta infatti di un coretto di voci nere (“A hundred and ten in the shade”). Il viaggio può poi proseguire con alcune cavalcate rock come “Rattlesnake Highway” e “Bring it down to Jerry Roll”, che ruba forse qualcosina alla stoniana “Honky tonk women” (ma è un piccolo “furto” che da uno come lui si può accettare).
“Walking in a hurricane”: se questo pezzo fosse stato su un album di Springsteen dei primi ’80 sarebbe un inno acclamato in tutto il mondo, ma così non è, il disco non ha certamente avuto quella promozione radiofonica che poteva tranquillamente meritarsi. Anche “Swamp river days” è bellissima, la tentazione che ho avuto io la prima volta che l’ho sentita in macchina è stata quella di fermare la macchina in uno spiazzo, scendere e ballare… Ordinaria amministrazione per “Rambunctous boy” (è il pezzo del disco che forse mi è rimasto dentro di meno), poi c’è una ballata dove John fa gli occhi dolci alla moglie (“Joy of my life”) e quindi due rock’n’roll, “Blue moon nights” e “Bad bad boy” che chiudono degnamente questo ottimo album.
Ottimo per tanti motivi, innanzitutto la musica ad alto livello che vi è contenuta, poi perché in quell’anno nessuno si aspettava John Fogerty. Il quale ha poi ripreso a fare concerti di grandissimo livello, testimoniati anche dal fantastico live dell’anno dopo, “Premonition”, di cui mi riprometto di parlare fra non molto. Evidentemente in quel periodo aveva recuperato la serenità interiore che per un po’ gli era venuta a mancare per le sue vicissitudini (morte del fratello Tom avvenuta nel 1990 per colpa di una trasfusione di sangue nella quale aveva contratto l’AIDS, le già nominate beghe legali, ecc.).
Oltretutto ho visto anche il DVD uscito da poco, “The long road home”, che documenta un concerto del 2005: eccezionale, se potete non perdetevelo.