Copertina di Johnny Hodges Blood Count
andisceppard

• Voto:

Per appassionati di jazz classico, studenti di musica, amanti delle storie emozionanti nel mondo musicale, fan di duke ellington e billy strayhorn
 Dividi con...

LA RECENSIONE

Che strano personaggio doveva essere Johnny Hodges. Partendo dalla fine: muore sulla sedia di un dentista. Per un attacco di cuore. Il che - non c'è dubbio - me lo rende simpatico. La sedia del dentista. E magari la paura di essere lì. E il cuore che non ce la fa.

A renderlo ancora più simpatico l'aver svezzato un ragazzino, che avrebbe stravolto tutto, anche quello che Johnny aveva suonato per una vita. Un ragazzino che si chiamava John Coltrane.

Johnny suonava il sax. Il sax alto, e il sax soprano. Talvolta, ma meno, il tenore. E suonava, ha suonato, quasi sempre per il Duca. Lo chiamavano rabbit, il coniglio, non è tanto chiaro il perché. Secondo alcuni perché gli piaceva la verdura. Secondo altri perché era totalmente inespressivo. Forse per i denti, chi lo sa. I soprannomi, in quel tempo lì, mica si sapeva da dove venivano fuori. Venivano e basta, magari per scherzo, magari una sera, e te li tenevi addosso. Per sempre. Tanto che quando il Duca, scrivendo un pezzo, doveva dire qua entra Johnny, sullo spartito scriveva Rab. E tanto bastava.

Johnny suona il sax, nell'orchestra del Duca. Che scrive per lui. E lo suona come pochi. E soprattutto lo suona guardando altrove. Lo suona languido e sensuale. Lo suona senza espressioni nel viso. Mai. Forse per questo lo chiamano rabbit. Per il suo sguardo. Espressivo come quello di un coniglio. Perché Johnny trattiene. Sono gli anni Cinquanta, lui è nero, la vita non è uno scherzo. È sofferenza. Ma a lui non importa. Lo sguardo assente, la voce del suo strumento sempre dolce, sempre sensuale.

Un giorno Johnny incontra Billy Strayhorn. È il socio di Duke Ellington. E diventano amici. Diventano sodali. È difficile pensare a una coppia peggio assortita. Johnny è un omone, non parla con nessuno. Quando suona sembra sia altrove. Billy è un genio, è carino, è gay, è un dandy. È uno che non nasconde nulla del mondo che ha dentro. È uno che lo tira fuori. E che vuole che tutti lo conoscano.

Insieme suonano cose meravigliose. Se solo ne avete voglia cercatevi la suite Star Crossed Lover, e saprete di cosa parlo.

Poi, come certo saprete, presto, troppo presto Billy se ne va. Ha trent'anni e lo porta via una di quelle cose che ancora non osiamo chiamare per nome. Una di quelle cose che siamo soliti dire sono un brutto male.

Il Duca - è l'estate del 1967 - gli dedica un disco meraviglioso e appassionato: ... and his mother called him Bill, che se non lo avete non sapete cosa voglia dire l'aggettivo struggente. È un disco di canzoni di Billy. Tra queste Blood Count. Billy l'ha scritta sul letto in cui morirà. L'ha scritta per Johnny Hodges. Ecco, in quel disco lì Johnny la suona. Con lo sguardo altrove, senza espressione, tenendo tutto dentro. Dolce e languido, mentre dentro è arrabbiato, è furente.

Una storia che non vuole raccontare. Una storia che deve rimanere - come tutte le altre - dentro di lui. Che non deve uscire. Che non deve essere raccontata.

Una storia segreta, che a parole non si può dire

Carico i commenti...  con calma

Riassunto del Bot

La recensione racconta la complessa figura di Johnny Hodges, sassofonista lirico e riservato nell'orchestra di Duke Ellington. L'album Blood Count è descritto come un tributo struggente scritto dal suo amico Billy Strayhorn, eseguito con dolcezza e malinconia. La narrazione mette in luce la profondità emotiva e la storia personale dietro la musica, evidenziando il contesto storico e le relazioni artistiche fondamentali.

Johnny Hodges

Johnny Hodges è stato un sassofonista alto statunitense, noto per il suo timbro lirico e la lunga collaborazione con l'orchestra di Duke Ellington.
01 Recensioni