Copertina di Julia Holter Loud City Song
klagenfurt85

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Per appassionati di musica sperimentale, amanti dell’avanguardia e del pop alternativo che cercano composizioni sofisticate e concettuali.
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LA RECENSIONE

Figlioccia californiana di Brian Eno e Nico, allevata da Laurie Anderson ed invaghitasi in giovane età di John Cage (che poi tradirà con Steve Reich e Terry Riley). In adolescenza, cambia sponda e s'innamora di Meredith Monk (che poi tradirà con Julee Cruise ed Enya). Un macello, insomma, come quello rappresentato sulla copertina del suo primo amatoriale album "Tragedy" - una "Guernica" pre-alessandrina ("Mileto"?).

Qui, nel suo terzo lavoro (il secondo è il sempre amatoriale "Ekstasis"), il primo in studio di registrazione, tutte le sue passate (e sopraccitate) liaison artistiche trovano ragion d'essere in brani compositi e funzionali nel loro eclettismo stilistico, supportati da un concept di classe, in sé datato ma "attualizzato" dall'artista nell'oramai archetipica ucronia della "metropoli come stato d'animo": "Gigi" [1945], romanzo dell'attrice/scrittrice francese Sidonie-Gabrielle Colette, detta "Colette". Le suggestioni metropolitane si dipanano per tutta la durata dell'album. Un'avanguardia minimalista attraversa in camouflage i vari climax dell'opera, in occasione accompagnata da arrangiamenti ambient "pieni", quasi cameristici ["World", la cover di Barbara Lewis "Hello Stranger" e gli interludi "Maxim's" I e II], ed acustici ["In the Green Wild", "He's Running Through My Heart"], che cercano di edulcorare l'altrimenti sintetica ed austera impostazione che senza di essi i brani interessati avrebbero sicuramente avuto.

Le conclusive ed atmosferiche "This Is a True Heart" e "City Appearing" appaiono come le più complete, poiché presentano in esse ancora diafani tutti gli aspetti dello stile della Holter - spaziano dall'acustico all'ambient minimale, dal cameristico all'ethereal pop - senza compromessi di maniera, non essendo state ancora "a pieno" temperate dalla produzione in studio. Pretenziosità? Ambizione, meglio, per un'artista che ridefinisce cosa vuol dire, nella seconda decade del terzo millennio, essere una cantautrice d'avanguardia. Poiché chi come lei è in grado di comunicare "integralmente" alle masse, mantenendo al contempo standard compositivi altissimi ed una profonda integrità intellettuale, costei/ui è un(a) grande artista. È il caso di Julia Shammas Holter, figlia di padre folkie e madre accademica? Forse, tenendo conto anche della sua giovane età e la maestria con cui presenta la sua "persona" (maschera) al pubblico - nonché le sorprese che sicuramente avrà in serbo per la sua già estremamente interessante carriera.

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Riassunto del Bot

Loud City Song è il terzo album di Julia Holter, un’opera che sintetizza le sue influenze d’avanguardia in un concept urbano e intellettuale. L’album è caratterizzato da una raffinata combinazione di minimalismo, ambient e pop etereo, supportata da arrangiamenti compositi e testi suggestivi. L’artista ridefinisce il ruolo della cantautrice contemporanea con un lavoro ambizioso e culturalmente profondo.

Tracce

01   World (04:52)

02   Maxim's I (06:07)

03   Horns Surrounding Me (04:46)

04   In The Green Wild (04:07)

05   Hello Stranger (06:16)

06   Maxim's II (05:28)

07   He's Running Through My Eyes (02:18)

08   This Is A True Heart (03:30)

09   City Appearing (07:16)

Julia Holter

Julia Holter è una cantautrice, compositrice e produttrice statunitense di Los Angeles. Attiva dal 2006, è nota per un art pop visionario che unisce scrittura cameristica e ricerca elettronica. Tra i lavori in studio: Tragedy (2011), Ekstasis (2012), Loud City Song (2013), Have You In My Wilderness (2015), Aviary (2018). Ha composto la colonna sonora di Never Rarely Sometimes Always (2020).
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