1990. In ottobre viene dato alle stampe il quinto album in studio del re diamante. Per chi non li conoscesse, i lavori di King Diamond rappresentano vere e proprie opere metal-horror. Il suo stile vocale è particolarissimo, o lo si ama o lo si odia. I suoi toni striduli si adattano e si incastrano perfettamente nello stile chitarristico di Mr Laroque, prestando spesso la voce ai protagonisti delle sue storie ispirate alla letteratura di qualche secolo fa (fantasmi, spiriti, streghe, vecchi castelli e manieri abbandonati).
Il 1990 è un anno di svolta nella carriera di King Diamond, sotto molti punti di vista. Sul lato prettamente musicale il re coadiuvato dal sempre presente Andy LaRoque cambia leggermente coordinate. Non più trame complicate e repentini cambi di tempo. E’ un cambio di rotta non così netto, ma piuttosto evidente soprattutto per i fan. Inoltre è il primo album in cui tra i musicisti non compare lo storico Mikkey Dee dietro le pelli, grandissimo batterista che ha abbandonato il gruppo per motivi economici approdando alla corte di Lemmy nei Motorhead. Snowy Shaw andrà a rimpiazzarlo, anche se di fatto la batteria su quest’album è campionata. E’ sicuramente questo l’unico difetto di un album praticamente perfetto.
Il concept narra delle vicende di un misterioso amuleto a forma di occhio appartenuto ad una tale Jeanne Dibasson, che accusata di stregoneria verrà processata, torturata, seviziata e bruciata poi sul rogo. Durante l’agonia “l’occhio” volerà via dal collo della strega, andando ad esercitare il suo potere malefico in altri luoghi e situazioni nel corso dei secoli a venire. Particolarità del concept è l’utilizzo di personaggi realmente esistiti, quindi una storia che si snoda tra realtà e finzione nella giusta misura.
E’ un disco in cui la componente musicale viene leggermente in secondo piano rispetto al cantato. Sono presenti ottimi riff ed assoli, ma come dicevo non esistono passaggi strumentali lunghi e complessi. Ogni canzone rappresenta un vero gioiellino, come la superlativa “The Trial (Chambre Ardente)”, l’inquietante “Two Little Girls” (da brividi…), bellissima anche “Behind This Walls”, la strumentale e atmosferica “Insanity”, la sinistra “The Meetings”, la conclusiva “The Curse”. Nessun calo di tensione, nessuna lacuna, nessun riempitivo. Col senno di poi l’uso della drum machine può essere in parte perdonato. Certo non c’è quella piacevole sensazione di dinamicità e robustezza che Mikky Dee sapeva regalare, e in generale quindi si ha una lieve sensazione di freddo. Inoltre in alcuni passaggi suona decisamente falsa (la rullata iniziale di “Into The Convent”). Ma tutto sommato la sostanza non cambia, e va bene così…
L’album fu accolto un po’ freddamente rispetto ai precedenti, vuoi per il calo di interesse generale verso l’heavy metal tradizionale con l’onda anomala del grunge, vuoi per la mancanza di un tour di supporto per la cui pianificazione la Roadrunner nutrì scarso interesse. King Diamond si riunirà quindi ai Mercyful fate per poi tornare dopo qualche anno e proseguire la carriera tra alti e bassi.
The curse of "The Eye", it will take you back in time…