Il nome Kokoroko (pronunciato all’italiana) farà forse sorridere, ma loro sono davvero uno dei gruppi più interessanti della scena musicale londinese degli ultimi quindici anni: un ottetto guidato dalla trombettista Sheila Maurice-Grey per una musica ibrida dove i suoni latini si mescolano con quelli jùjú-yoruba dell’Africa occidentale, con le prevalenti sonorità dei Caraibi e il tutto profumato di jazz, soul e funk.
Va da sé allora che questo COULD WE BE MORE – loro disco d’esordio uscito nel 2022 – sia un album accogliente e onnivoro, aperto benissimo dalla frizzante «Tojo» con tutto il campionario sonoro che poi si ritrova lungo le altre 14 tracce: contorno ambient, robusto ritmo afrobeat, chitarra elettrica e un cuore melodico e sensuale solleticato dagli ottoni.
Verso la fine – a mio vedere - arriva la cosa migliore in assoluto: «War Dance», con un bell’assolo della leader e poi del chitarrista Tobi Adenaike-Johnson (che ci rimanda a Carlos Santana). Si chiude con il coro della suggestiva «Something’s Going On», quasi una citazione - o una risposta afro-funk del XXI secolo - alla domanda “What’s Going On” che Marvin Gaye si poneva cinquant’anni prima.
Da quegli stessi anni settanta metterei più in generale i rimandi a Stevie Wonder, agli Earth, Wind & Fire e naturalmente – guardando all’altra parte dell’Atlantico – al grande padre dell’afro-beat, cioè Fela Kuti.
Molto ritmo e molto groove, una world music ricca di profumi e di citazioni, al netto di qualche momento un po’ leggero («We Give Thanks»; «Dide O» e «Home»: quasi da love-boat caraibica).
E dunque un debutto discografico promettente, ma ancora alla ricerca di una propria identità originale e non citazionista.
Bella la confezione e accurato il progetto grafico di copertina con quattro mani disposte come fossero i punti cardinali a sottolineare un immaginario crocevia di linguaggi e contaminazioni. Staremo a vedere nel prosieguo della loro storia, per adesso un album consigliabilissimo.