1992: venti di cambiamento soffiano in casa Kreator.
Il thrash ottantiano, quello duro e puro, per intenderci, sembra aver vita dura negli anni novanta: il "Black Album" sdogana il metal "pesante" e lo rende accessibile a nuove fasce di pubblico pagante; il groove dei fratelli Darrell fa proseliti in un mondo sempre più panterizzato e pronto per consegnarsi alle sonorità Nu. Un'occasione in più per cavalcare la propria intransigenza sonora, no? Ma che!: superato in violenza e velocità dal death metal e dal nascente black metal, il thrash ottantiano si risveglia all'improvviso in un polmone d'acciaio.
Fra i primi a rendersene conto sono proprio i tedeschi Kreator, i quali, dopo i sublimi sciacallaggi sonori partoriti nella decade precedente, decidono di scrollarsi di dosso un'attitudine divenuta decisamente obsoleta.
Ma il cambiamento perpetrato dai Kreator non è un opportunistico adeguamento ai gusti mutevoli di un pubblico sempre più esigente: è la maturazione, lenta ma evidente, del loro leader, che album dopo album, riesce nell'impresa di trasformare il thrash spacca-ossa delle origini in qualcosa di intimo, personale, dai risvolti esistenziali, come raramente abbiamo visto accadere in ambito estremo (mi vengono in mente i Death del mai troppo compianto Chuck Schuldiner). Mille Petrozza sveste così l'abito consunto del thrasher incallito e con un certo coraggio ci mostra il suo animo più "sensibile"; la sua musica, da sempre interessata a tematiche sociali e talvolta politiche, diviene essa stessa una riflessione sulla società, una cruda metafora della realtà.
Peccato che nessuno l'abbia capito: capitolo assai controverso della discografia della band teutonica, "Renewal" ha l'ardire di introdurre timide sperimentazioni che varranno a Mille Petrozza il titolo di merdallaro dell'anno, status che difficilmente saprà scrollarsi di dosso negli anni a seguire (imbarazzante, dopo il flop commerciale, il brusco dietro-front con l'anonimo e freddo "Cause for Conflict", tributario della violenza sonica degli esordi). Percorso da visioni apocalittiche e squarciato da incursioni industriali, "Renewal" è in realtà un album fresco, geniale fin dalla copertina: decisamente fra i più cupi mai partoriti dalla band teutonica. Un album che, non di meno, riesce nell'intento di coniugare la violenza del passato alle suggestioni dark che verranno abbracciate in futuro (e che esploderanno definitivamente in opere come "Outcast" ed "Endorama").
Sì, perchè per capire che Petrozza & co. non si sono affatto rammolliti, basta premere play e farsi investire dalla superba opener "Winter Martyrium", che parte cadenzata (ottima la performance di "Ventor" Reil alle pelli), per poi esplodere in una trascinante corsa contro il vento, in cui Mille sembra far ricorso a tutta l'aria che i polmoni gli mettono a disposizione. E la title-track è forse da meno? Poderoso mid-tempo (che ancora oggi presenzia con orgoglio nella scaletta dei pezzi riproposti dal vivo), "Renewal" è il grido disperato dell'artista, l'apoteosi della tragica corrente che percorrerà tutto l'album. Un album in cui si incontrano e scontrano continuamente rabbia, frustrazione ed utopia.
"Brainseed" e "Zero to None" (rispettivamente quarta e settima traccia) non entreranno certo nella storia della musica estrema, ma forti di una inedita furia hardcore (laceranti le grida che le incalzano) e rincupite da gelidi contrappunti industriali, si rivelano autentiche mazzate nei denti. Pezzi che, a ben vedere, fanno impallidire i brani del ben più acclamato e canonico "Coma of Souls" (album a mio parere invecchiato male, privo di mordente e convinzione: un fiacco perpetuarsi delle "estreme aggressioni" del passato).
Insomma, cos'è che vi ha fatto incazzare? Cos'è che vi ha così tanto indignato? Il minuto e mezzo di campionamenti della strumentale "Realitaskontrolle"? Le faraginose evoluzioni melodiche di un brano come "Reflection"?
In realtà atmosfera e melodia sono funzionali al disegno di Petrozza, che con una penetrazione insolita nell'universo metal, riesce ad insinuarsi nelle fratture di un mondo che sta cambiamento e si avvia verso un futuro alquanto incerto. Nel 1989 era infatti caduto il Muro di Berlino (e non escludo, opinione del tutto personale, un gioco di parole fra i termini "wall" e "renewal"): i venti gelidi della Guerra Fredda sembrano essersi finalmente dissolti, ma quale futuro attende questa nuova e "libera" Europa? Ad un mondo codificato ed in fatale equilibrio, dove gli attori e le regole del gioco emergono chiaramente, subentra un miraggio nebuloso, dietro al quale si profilano nuovi scenari inquietanti, dove totalitarismi in carne ed ossa possono essere sostituiti da nuovi invisibili, e per questo ben più temibili, totalitarismi.
Da qui il senso di smarrimento, la paura innanzi al fantasma della manipolazione delle menti, del controllo delle coscienze, temi su cui si impernia l'opera intera ("Brain Seeds" un titolo su tutti), specchio di una Germania confusa, euforica ed impaurita al contempo. Visioni che emergono vividamente nella violenta "Europe After the Rain" (forse il momento migliore dell'album), sensazioni che si possono palpare nella desolante spirale sonora di "Karmic Wheel", sorta di "ballata" apocalittica in cui emergono i Kreator più amari e riflessivi: da brividi l'intermezzo atmosferico, in cui un lento crescendo di basso, chitarre appena accennate e gelidi campionamenti sfocia in un elegante assolo da fine del mondo. A sentire questo pezzo, sputare su "Renewal" significa sputare su Isis, su Opeth, su tutti coloro che hanno sapientemente impostato la carriera sull'alternarsi di violenza, melodia ed eleganti contrappunti progressivi.
La conclusiva "Depression Unrest" chiude queste tragiche riflessioni tratteggiando un'Europa, forse un Mondo, alla deriva: il ritornello, che trasuda una disperazione fusa ad una fragilità inedita per la band, rappresenta uno dei momenti più significativi dell'album, che sfuma all'insegna della desolazione. Nel grido di Mille, però, quel tremolio, quella passione, quella voglia di non arrendersi nonostante la paura, nonostante le forze soverchianti da sconfiggere. Resistere resistere resistere: è la voce di una generazione che si avvia, smarrita, in un mondo glaciale, disumanizzato, impazzito, foriero di insidie, di ipocrisia e di menzogne.
Non tutti i pezzi sono eccelsi, questo va comunque detto: non sempre l'esperimento riesce e non poche sono le ingenuità e i colpi goffi di un ex-brutale alle prese con la sua prima opera "cantautoriale". In sede di produzione, infine, si poteva fare meglio, molto meglio (penalizzati in genere gli assoli, mentre il suono secco della batteria male si sposa con il cupo languore delle chitarre): con suoni più potenti e nitidi forse avremmo avuto tutt'un'altro lavoro fra le mani.
Tuttavia "Renewal" non è assolutamente un album da buttare, proprio perché va a rappresentare l'impeto creativo di un artista che, pur avendo fatto la storia della musica estrema (e quindi potendosi permettere un comodo pisolino sugli allori), decide ad un certo punto di infrangere le restrizioni di una musica che evidentemente non gli appartiene più e rivelarsi nella sua più sconcertante nudità. Lode a Mille Petrozza, per il suo coraggio e per le emozioni, sempre diverse, che ci ha saputo regalare nel corso degli anni.