Un altro pezzo di cuore lasciato a Boston, quello più grosso, pure più di quello votato al culto di DMZ e Lyres, ed è tutto dire.
Loro si chiamavano La Peste e furono un gruppo clamoroso, di quelli che mi facevano davvero perdere la testa da ragazzino, perché facevano un singolo e poi sparivano dalla circolazione.
E questa mi pareva una grandiosa figata, essendo 40 anni fa un fervente cultore della filosofia rocchettara propugnata da Neil Young – it’s better to burn out than to fade away – fino ai Circle Jerks – live fast, die young; e se i Jerks filosofeggiavano alla stregua di Young, quella storia sarà stata vera senza dubbio.
All’inizio, magari, quel singolo finiva sepolto sotto una valanga di indifferenza, ma poi vent’anni dopo avevo la certezza incrollabile che era una delle cose più belle che avessi mai ascoltato nella mia vicenda di famelico divoratore di dischi punk.
Ecco, a prima vista la storia dei La Peste è tutta qua, nei 7 minuti e una manciata di spiccioli di secondi di “Better Off Dead b/w Black”; oppure nei 3 minuti e un’altra manciata di spiccioli di secondi di “Better Off Dead” e basta: cominciava con quella intro di chitarra che mi pareva la versione panchizzata di quella di “Baba O’Riley” e poi arrivava il bassista che era convinto di dover suonare un pezzo di Eddie Cochran e alla fine ecco il batterista in procinto di lanciarsi in un assolo che nemmeno John Bonham, 25 secondi e mi chiedevo chi cacchio fossero quei tre che apparivano un po’ mods un po’ power-poppers, solo più incazzosi; poi partva quel riff e quella voce che mi urlava cose che non capivo ma ero disposto a mettere la mano sul fuoco che quelle parole incomprensibili erano oro colato e questa era un’altra delle bande che mi avrebbe segnato per la vita, come i DMZ, come i Lyres, pure di più.
Poi, quando dopo 40 anni trovo e leggo il testo in rete, realizzo ancora meglio perché i La Peste non mi hanno mai mollato, neanche oggi che alla filosofia younghiana e jerkiana ci credo un po’ di meno.
E capisco pure perché, quando scopro che ieri è uscita “I Don't Know Right From Wrong”, una di quelle raccolte per cui spasimo da una vita, sono lì a mettere un’altra volta la mano sul fuoco giurando che non ci sarà mai più niente come il punk statunitense dal 1974 al 1979.
Una di quelle raccolte che mette in fila con “Better Off Dead” e “Black” altri 21 brani che mi sento di consigliare vivamente a chi non è granché avvezzo ad ascolti punk per rendersi conto che razza di fottuti geni del rock’n’roll si annidassero in quella scena; al limite, lasciate stare che ve l’ho detto io, e fate come se aveste letto per caso e chi si ricorda dove che Ric Ocasek era un fan incallito di tali La Peste e che produsse una loro registrazione poi rimasta a prendere polvere in qualche cantina.
Magari vi piace Ric Ocasek e date una possibilità ai La Peste.
Hey! Hey!! Hey!!! Well alright!!!!