Secondo lavoro per i Lamb of God, gruppo magari non molto originale, ma che ha saputo guadagnarsi un ottimo seguito di fan grazie all'innegabile potenza distruttiva che riescono a generare in particolare batteria e voce.
E infatti accompagneranno gli Slayer nell'Unholy Alliance Tour di quest'anno. E proprio gli Slayer sono la primissima influenza che traspare dai loro brani, con riff stoppati in quantità industriale pensati apposta per headbanging furiosi e trame melodiche il cui scopo non è certo quello di alleggerire l'impatto sonoro, ma anzi di dare un effetto "drammatico" al tutto.
"As the Palaces Burn" (AtPB) può essere considerato un affinamento del carattere già presente nel debutto "American Gospel" le cui potenzialità verranno decisamente messe in luce nell'ultimo "Ashes of the Wake", ma personalmente lo considero inferiore al primo lavoro. "AtPB" infatti, pur constando di brani memorabili e riproposti sempre in sede live, pecca di ripetitività.
Il disco si apre con "Ruin", brano slayerano tiratissimo forte di un inizio esplosivo (accompagnato da un urlo disumano) e un finale composto da un'accelerazione e un brusco rallentamento (bisogna sottolineare chei cambi di tempo improvvisi nei LoG sono un marchio di fabbrica), segue di getto la title-track, pezzo breve ma che racchiude un assolo inatteso, mentre il quarto brano "11th Hour" si distingue per una costruzione anomala e un ritornello decisamente azzeccato forte di un accordo armonico intervallato al ritmo stoppato.
Il resto dell'album si attesta su un livello buono ma non eccezionale, e tra tracce francamente simili e a tratti anonime, si può ricordare "In Defence Of Our Good Name" per la splendida accelerazione a metà, "Blood Junkie" in cui alla fine compare un famoso riff riutilizzato meglio nell'album seguente (il riff "blblblblblb" come l'ha definito il chitarrista in un'intervista...!) e la conclusiva "Vigil" che parte con un tranquillo arpeggio spezzato dalla suadente voce del cantante e da un finale a velocità turbo in cui la batteria dà il meglio di sè.
Consigliato solo a chi ha già ascoltato e apprezzato l'ultimo "Ashes of the Wake", per gli ascoltatori occasionali invece, obiettivamente credo si possa anche farne a meno.