Inizio con il dire che sono profondamente dispiaciuto qualora qualcuno possa rimanere infastidito dalla mia volontà di iniziare il discorso su questo sesto film di Liliana Cavani prendendolo un po' alla lontana, e non parlo per retorica tanto meno ironicamente. Quando nel 1972 fece il suo ingresso nelle sale di tutto il mondo "Ultimo tango a Parigi", celeberrimo film di Bertolucci la cui fama è stata croce e delizia per il regista come anche per gli appassionati di cinema che la hanno vista sovrapporsi a quella di altre sue pellicole, il mondo andò in subbuglio in particolar modo l'Italia. Accusato di pansessualismo e di fornire una visione degradante del rapporto uomo-donna, il film fu messo al rogo, salvo alcune copie, e furono scartate dalla censura ben due ore, il regista perse i diritti civili, Brando fu costretto a indossare il cilicio, si volle ripristinare l'Inquisizione, diverse comunità religiose proclamarono l'imminente avvento dell'Apocalisse. Due anni dopo, una corregionale di Bertolucci, la Cavani lanciò il film grazie al quale può definirsi celebre (insieme a "La pelle" e "Interno berlinese"), ossia "Il portiere di notte". Come "Ultimo tango a Parigi", la pellicola sollevò delle polemiche per la delicata tematica affrontata ma non si andò aldilà del dibattito. Nessun processo, nessun rogo, nessuna censura. Il pericolo ora è quello di valutare "Il portiere di notte" come un'opera tollerata dalla critica solo perché nata sulla scia delle provocazioni di "Ultimo tango a Parigi" e quindi sottostimarlo, basti ricordare le parole di Roger Ebert, critico cinematografico, per cui il lungometraggio si concretizzava nel semplice tentativo di disturbare lo spettatore riesumando un periodo buio della nostra storia e infarcendolo di immagini provocatorie fini a loro stesse.

Vienna, 1957. Lucia, moglie di un direttore d'orchestra (Charlotte Rampling), donna ebrea che ha vissuto in prima persona la tragedia dell'Olocausto vive in giro per il mondo per seguire il marito e la sua carriera. In un albergo della capitale austriaca riconosce nel portiere un ufficiale delle SS, Max,con il quale aveva instaurato un contorto rapporto sadico nel campo di concentramento ove era reclusa. Inizialmente spaventata, la donna tenta di evitarlo ma in vista di una nuova partenza del marito decide di rimanere a Vienna e riallacciare il legame masochista con l'ufficiale (Dirk Bogare). Il portiere frattanto aveva iniziato una sorta di terapia con un piccolo gruppo di ex appartenenti all'esercito nazista i quali, guidati da uno psicanalista, che mira a cancellare i crimini di guerra da loro commessi. Costoro sono preoccupati dall'unione fra Lucia e Max i quali nell'appartamento di lui, ricreano le condizioni di sporcizia e isolamento del lager. Gli ex nazisti si vedono costretti ad eliminare entrambi in quanto potenziali testimoni.

"Vienna mi intriga, c'è un'atmosfera malata, è la città di Gustav Klimt, Egon Schiele, gli iniziatori dell'inquietudine moderna". Queste furono le parole della Cavani per legittimare la scelta dell'ambientazione. In effetti un primo aspetto da sottolineare è proprio il protagonismo della città. Vienna è ritratta come una città decadente, oscura che sembra volersi ripiegare su se stessa per sfuggire alla vergogna dei crimini di cui si è macchiata. Su questo scenario fosco si muovono due personaggi che simboleggiano il rapporto vittima-carnefice. La Cavani lo analizza come un fenomeno controverso: la vittima torna dal carnefice ma non solo in base al rapporto sadico che la porta non solo a subire un pessimo trattamento ma a pretenderla, bensì perché in ognuno di noi cova quella violenza che necessita di essere sfogata e lo stato monopolizza tale forza animale ai fini della guerra che quindi la legalizza.

La lezione di Kubrick e del Visconti di "Senso" è evidente. Ma la Cavani tende a esasperare i toni morbosi della vicenda con palesi riferimenti all'omosessualità (i due uomini che si accoppiano d'avanti a tutti gli altri deportati), al vendere il proprio corpo (il ragazzo che si prostituisce alla vecchia "Contessa", altra ospite dell'albergo) e li esaspera senza neanche accennare a diluirli con un moralismo che in questo contesto risulterebbe eccessivamente fuori luogo. L'autodistruzione verso la quale si incamminano Max e Lucia sembra non essere calcolata dai protagonisti che non accettano limitazioni al soddisfacimento dei loro istinti più bassi, primordiali attraverso i quali realizzano la loroindividualità

Una motivazione in più per vedere il film sono la presenza nel cast di Philippe Leroy e la mano di Italo Moscati alla sceneggiatura.

Da vedere.

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