Copertina di Liv Kristine Enter My Religion
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Per appassionati di gothic metal, fan di liv kristine e leaves' eyes, critici musicali, ascoltatori interessati al crossover tra metal e pop
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LA RECENSIONE

Eccoci alle prese con uno storico personaggio del gothic metal, l'inarrestabile Liv Kristine Espenaes Krull. Per chi non la conoscesse, stiamo parlando di colei che con la propria vecchia band (gli storici Theatre Of Tragedy, ormai diventati una patetica parodia di se stessi) diede inizio al movimento del cosiddetto "Beauty and the Beast metal" e che successivamente, tra collaborazioni con nomi più o meno noti del panorama metallico, tra un disco dei Leaves' Eyes (progetto gestito a quattro mani col marito Alexander Krull) e l'altro, ha saputo pure trovare il tempo per comporre due album solisti. Il primo risultato di questa altalenante carriera fatta di ritagli di tempo fra un lavoro e l'altro fu "Deus ex machina", un gran bel disco partorito nel lontano 1998 che presentava un sound in linea con la scena gothic più eterea, oscura ed ambient in alcuni frangenti ma al tempo stesso tendente al dreampop.

Nel 2006 la bionda norvegese torna a cavalcare le scene con "Enter My Religion", scritto e prodotto niente meno che dall'ormai onnipresente marito, all'interno del quale il tocco gotico è stato praticamente rimosso, malgrado permanga una lontana reminiscenza, una particolare cadenza romantica che ammanta di malinconia alcuni brani dal flavour decisamente orientato verso le più piatte produzioni mainstream. Quello di uscire dai propri confini potrebbe anche essere un tentativo apprezzabile, ma sin da un primo ascolto appare in maniera chiara il limite di un'opera un po' pretenziosa. Se l'intento della nostra simpatica coppietta era quello di creare un emulo delle varie Lene Marlin, Natalie Imbruglia e colleghe, tanto vale che i nostri tornino a dedicarsi al materiale stilisticamente più pesante e ad essi più congeniale dei Leaves' Eyes, perché nessuno ha mai sentito il bisogno dell'ennesima stellina (tra l'altro pure attempata). Se invece si voleva offrire ai fan una Liv Kristine depurata da chitarre pesanti e ricoperta da una nuova veste musicale dal sofisticato fascino pop, il risultato è alquanto tentennante e discutibile. I punti a sfavore del disco non sono molti, sia chiaro, ma sono pochi pure quelli a suo favore. Inoltre è più che mai tangibile l'assenza di episodi memorabili, quelli che costituiscono l'essenza di un album pop, o che in fin dei conti decretano o meno il successo di una qualsiasi release musicale.

Ad "Over the moon" spetta l'arduo compito di introdurre l'ascoltatore all'interno di "Enter my religion". Inutile dire che i fan di Liv non rimarranno spiazzati da questa traccia, lo stile canoro è inconfondibile. Tuttavia in confronto alle canzoni cantate in altri frangenti dalla vocalist questa è un autentico supplizio, nonostante sia stata composta da Peter Tätgren (Hypocrisy, Pain) ed impreziosita dalla performance di un gruppo piuttosto affiatato di strumentisti che per buona parte della durata del disco eviteranno di farci cadere negli stereotipi delle hit da classifica infarcite di insensata elettronica. Le cose vanno decisamente meglio con "Fake a smile", ventilata da un roseo candore acustico, decisamente godibile quando questo diventa un delicato sottofondo per il canto angelico della padrona di casa; nulla di memorabile ma almeno dignitoso ed ascoltabile. La successiva "All the time in the world" è invece colma di gioiosa spensieratezza ma regala un'interpretazione alquanto fiacca, che potrebbe benissimo essere surclassata da una qualsiasi delle ex Spice Girls... Che vergogna!

In "My revelation" la nostra Liv accenna a spiragli operistici, supportata da tentazioni etniche e da un guitar riff piuttosto monotono e da una ritmica praticamente identica a quella di numerosi brani dei Leaves' Eyes (il ritornello sembra una scialba rivisitazione pop di "Legend Land")... Un altro disastro. "Coming home" ricorda mille brani passati per qualche tempo in radio e presto finiti nel dimenticatoio (dai Sixpence None The Richer a Natalie Imbruglia, passando per Emma Bunton e Dido): eccovi servito un altro brano ninnananna. "Trapped in your labyrinth" sembra invece essere stata concepita (dal già citato Tätgren) come una canzone dei Leaves' Eyes con tanto di chitarre elettriche e batteria in evidenza. A livello compositivo nessuna novità, ma le romantiche emozioni suscitate dal brano confermano un risultato piuttosto gradevole rispetto agli standard dei pezzi precedenti (molto belli i contorni sinfonici, ammalianti e coinvolgenti le strofe e pieno di pathos il refrain). "Blue emptiness" denota anch'essa una ritrovata verve regalandoci suadenti note di pianoforte ed atmosfere sognanti, ma soprattutto tante emozioni. Questo è un chiaro segno di come giocare in casa dia sempre i risultati migliori, anche ad una squadra piuttosto abituata alle trasferte. Che strazio però essere poi gettati a capofitto negli aspri territori di "You are the night", canzone degna della peggiore Britney Spears. A tanta bruttezza seguono la titletrack (che in quanto a cattivo gusto non vuole essere certo da meno rispetto alla traccia precedente) e la cover di "Streets of Philadelphia" (Bruce Springsteen), che si fa gioco dell'originale maltrattandola a dovere. Subentra infine "You take me higher" (la quale fa chiaramente il verso a Kylie Minogue) e a chiudere questa serie di alti (pochi) e bassi (troppi) ci pensa "For a moment", piacevole parentesi dal caldo e passionale sapore argentino.

"Enter my religion", ad un anno dalla sua uscita, mostra come il frutto del lavoro dei due sposini non sia nient'altro che un gran bel buco nell'acqua. Purtroppo gli episodi malriusciti di questo progetto sono troppi, e anche quei pochi che si lasciano ascoltare non mostrano alcun margine di miglioramento. Da fan della bella norvegese quale sono, è un vero peccato constatare che, con questo modo di operare, Liv non avrà mai il successo che le sue straordinarie doti canore meriterebbero. I problemi sono essenzialmente due: la distribuzione del disco affidata alla Roadrunner (una label praticamente devota all'heavy metal che non sarà mai in grado di supportare un'artista pop) e la produzione nelle mani di Alexander Krull, fin troppo propenso a riciclare se stesso e quanto già fatto in compagnia della moglie per comporre qualcosa di piacevole ed altrimenti troppo succube delle tentazioni mainstream per risultare sofisticato.

Qui non si tratta nemmeno di apprezzare o meno il genere pop; gli appassionati si rivolgeranno sicuramente altrove mentre coloro che amano la leggiadra ugola di Liv, dopo questa spiacevole parentesi, torneranno probabilmente ad ascoltare i vecchi Theatre Of Tragedy o, al massimo, i Leaves' Eyes.

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Riassunto del Bot

La recensione valuta negativamente Enter My Religion, il secondo album solista di Liv Kristine, evidenziando un allontanamento dal suo stile gothic metal verso un pop mainstream poco riuscito. Nonostante alcune tracce salvabili, l'album manca di episodi memorabili e soffre di una produzione poco ispirata di Alexander Krull. Il disco non convince né i fan storici né i nuovi ascoltatori, risultando un esperimento fallito che non valorizza le capacità vocali della cantante.

Tracce testi video

01   Over the Moon (03:31)

03   All the Time in the World (03:51)

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04   My Revelation (03:31)

06   Trapped in Your Labyrinth (03:45)

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08   You Are the Night (03:34)

09   Enter My Religion (03:50)

10   Streets of Philadelphia (03:19)

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11   You Take Me Higher (03:37)

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12   For a Moment (04:24)

Liv Kristine

Cantante norvegese, nota come vocalist dei Theatre Of Tragedy e dei Leaves' Eyes e per una carriera solista iniziata alla fine degli anni '90.
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