Nei rutilanti eighties in ambito hard'n'heavy vi fu un frangente, un lasso, un varco spazio temporale, un buco nero dal quale contravvenendo le leggi della fisica convenzionale vennero letteralmente espulsi una miriade di dischi di (cosiddetti) guitar-heroes pubblicati perlopiù da apposite label discografiche dèdite all'esclusiva divulgazione di cotante sbrodolose opere.

La lista degli artisti (o supposti tali) è chilometrica e non la farò. Però se proprio ci tenete la faccio.
La lista.

L'assoluta protagonista, spesso involontaria, era la immarcescibile sei corde; gente ultra-ferrata a livello tecnico/esecutivo ma con gusto e senso della misura pari a zero-virgola-zero: in pratica se non si era devotissimi di tecnica applicata a manico & plettro nel volgere di qualche quarto d'ora ti facevan cascare (o crescere a dismisura) la ignominiosa zona sferico/ovoidale.

Chitarra e rock (e quindi per estensione, metal) sono entità fantasmatiche e indivisibili come Franco e Ciccio, Cip e Ciop, Mario e Pippo Santonastaso.
Però quando si perde il senso del limite (e del ridicolo) non va bene per gnente.

In genere oltre all'eroe-onanista c'erano due/tre onesti gregari la cui funzione era sostanzialmente quella di sostenere e condurre all'unisono fino all'orgasmico, infinito assolo.


Ora: ringraziando il cielo in questo disco dei Loincloth non abita alcun guitar-hero che ridonda l'etere col proprio ancestrale talento.
Quindi in effetti il paragrafo precedente avrei potuto evitarlo.

Ma calma & gesso, boys & girls.

Se ho perso tempo a digitarlo (e Voi a leggerlo) un motivo, forse, ci sarà.
Forse.

Primaditutto precisiamo che siamo geologicamente più vicini ai giorni nostri anche se al cospetto di quello che potremmo definire un (cosiddetto) drum-hero: seconda categoria in ordine di pericolosità assoluta dopo gli eroi della chitarra.

L'ominide in questione si chiama Steven Shelton, noto (si fa per dire) per aver arricchito, falcidiato e malmenato a dovere la sezione ritmica in seno ai Confessor, ostica band heavy-doom amerigana dalla particolare vocalità bianca "a tromba" del frontman.

Steven era, di fatto, la vera peculiarità del gruppo e per chi non l'ha mai sentito consiglio di dargli un assaggio in quella veste; però pur facendo un lavoro fuori dall'ordinario, doveva in qualche modo trattenersi e adeguarsi alla logica di gruppo.

In questo progetto il buon Steven è ovviamente il fulcro assoluto della quaestio coadiuvato da due adeguati mazzolatori rispettivamente depositari di chitarra e basso. La differenza sostanziale risiede nel fatto che Steve non si fa accompagnare all'assolo ma, diciamo così, é in perenne triturio di tamburi, piatti, cimbali e pedali dal primo all'ultimo secondo.

Una palla ancestrale, direte Voi.
Forse si, ma non necessariamente, direi io.

Prima di tutto perchè il debutto dei Perizoma è composto da tracc(i)e estremamente ràpide e rìpide, sia nella durata che nell'esecuzione, di notevole massa specifica atomica. L'impatto complessivo di questo noise-rock metallizzato strumentale è decisamente agreste, dove i brani sono sostanzialmente una scusa per maltrattare gli strumenti in dotazione.

Scatafasci da un minuto e mezzo/barra/tre, para-hardcore nella struttura ma non nella sostanza, nel quale ci da dentro durissimo col proprio peculiarissimo drumming-style: perché la virtù del progetto è (o dovrebbe essere), proprio questa: bordate telluriche, ritmiche frastagliatissime, fendenti da panico e tempi che definire dispari è poco.

Questo in breve l'amaro o dolce calice da trangugiare dal primo all'ultimo microsolco.

Che faccio, dico, verso?

Elenco e tracce

01   Stealing Pictures (02:57)

02   Clostfroth (04:54)

03   Elkindrone (01:23)

04   Trepanning (03:39)

05   Slow 6 Apocalypse (01:39)

06   Underwear Bomb (01:28)

07   Sactopus (01:35)

08   Beyond Wolf (01:37)

09   Shark Dancer (01:33)

10   Angel Bait (03:09)

11   Long Shadows (03:28)

12   Hoof-Hearted (01:17)

13   The Moistener (02:43)

14   Voden (02:34)

15   Theme (02:34)

16   The Poundry (03:06)

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