Orfani dei Grandaddy, dove siete? Riponete pure i fazzoletti gonfi di lacrime, ecco un nome in grado di lenire le vostre ferite!
I Loney, Dear sono un gruppo svedese, e questo è il loro nuovo album, appena pubblicato nientemeno che dalla Sub Pop: un tempo fucina inesorabile di incandescenti colate laviche in quel di Seattle, oggi attenta cultrice delle più sofisticate gemme dell'indie pop. La Svezia del resto sta regalando grandi soddisfazioni ai fanatici di quel tipo di proposte: il successo del divetto Jens Lekman è sotto gli occhi di tutti, ma qui si nuota su acque decisamente più alte.
Cosa c'entrano gli irsuti nonnetti californiani? Un paio di cosettine: anzitutto la voce di Emil Svanagen è quasi sempre appesa a un falsetto che non può non evocare il timbro di Jason Lytle nonché, per proprietà transitiva, quello di Neil Young. E i Buffalo Springfield di "Expecting to fly" sono una fondamentale influenza anche per i Loney, Dear: schegge di folk celestiale e brandelli di pop lisergico abbondano un po' ovunque. E magistrali iridescenze californiane colorano gli algidi paesaggi scandinavi con infuocati tramonti, come nella suadente "The meter marks ok", vivacizzata da gustose tastiere vintage, o nella soffusa "Sinister in the state of hope".
Se rispetto alla band di "The sophtware slump" è meno accentuata la chincagliera electro-fi e manca totalmente il pavimento chitarristico di matrice indie, lo spettro di influenze del gruppo svedese abbraccia un altro nome celebrato degli anni 90: i primi Belle and Sebastian, per quel tocco in grado di abbinare un certo intellettualismo studentesco con una freschezza compositiva twee ricca di immagini, metafore e magnetismo.
Pezzi del livello di "I am John" e "Saturday waits" da tempo immemore del resto non escono dalla penna di Stuart Murdoch. Altre piccole perle sono la nenia quasi da Pet sounds di "Carrying a stone", o il tenue incantesimo di "I could say": una pasticceria ironica e intelligente, in grado di eludere in agilità le trappole di tanto palloso indie-pop, come illustrato dalla dolcissima "I am the odd one".
In definitiva: un album che non ha alcuna pretesa di cambiare il corso della musica odierna, il cui autore non finirà mai sulla copertina del NME o di Rumore, ma che ha molta più profondità e meno leziosità di tanti side project di annoiate celebrità alla Damon Albarn o di sedicenti new-rockers propinatici con una frequenza tra la persuasione posticcia e la pubblicità occulta.
Un disco perfetto per questo febbraio anomalo, fatto di caldi canditi primaverili, e che potrà accompagnarvi con invidiabile leggerezza fino all'estate.