BANDABERTE' 7,5/10
La golden age della Bertè (prima della rentreé degli ultimi anni) durò molto, più o meno dal 1976 al 1984. La battezzò “Sei bellissima” e la conchiuse “Il mare d'inverno”, in mezzo “In alto mare”, “...E la luna bussò”, “Non sono una signora”, “Dedicato”, “Ninna Nanna”. In totale 6 album, i quali potrebbero essere recensiti tutto con lo stesso criterio affibiando, ad ognuno, lo stesso voto (centesimo in più, centesimo in meno): sono tutti ottimi prodotti, contenenti canzoni belle (tendenti al “molto bello”) e riempitivi a volte riusciti, a volte no. Il mio preferito, forse, è “Jazz” (1983) anche se, negli anni, quello che ho maggiormente ascoltato è “Bandabertè”, 1979. L'occasione, tra l'altro, è ghiotta: la NAR qualche anno fa, nel 2022, ne ha rilasciato una ri-edizione completamente rimasterizzata, pulita di ogni eventuale graffio, presentata in un elegante packaging minimale a soli 10 euro (con una bonus track: “Dedicating”).
L'album (che stazionò parecchie settimane in alta classifica) fu trainato dal reggae de “...E la luna bussò” che ha una storia particolare che, credo, valga la pena raccontare. In vacanza in Jamaica, la Bertè si ritrova casualmente in mezzo ad una gigantesca folla umana che si sta dirigendo verso un luogo imprecisato. Imprecisato per lei, precisissimo per loro: il concerto di Bob Marley. Ora, in Italia non è che si sentisse molto reggae nostrano e la Bertè ebbe una intuizione: acquistò tutti i dischi di Marley, li portò in Italia, li diede in mano al proprio gruppo di lavoro (Lavezzi; Avogadro) e disse loro: “Ascoltate e studiate”. Loro ascoltarono, studiarono (bene) e composero uno dei pezzi più famosi della musica italiana, sdoganando il reggae anche quaggiù (“...E la luna bussò” rimase 4 settimane consecutive al primo posto in hit parade) grazie alla partecipazione estiva al Festivalbar (l'album uscì nella tarda primavera). Lei canta magnificamente (come in tutto il disco) e ci aggiunge una carica di sensualità di spessore notevole tanto che se ne accorsero perfino in Spagna dove si recò per inciderne “Y la luna Ilanò”. Negli anni, in quegli anni in cui il successo sfumava (ed era già sfumato), nel 1997, la ripropose in duetto con Francesca Alotta e, nello stesso anno, ancora turbata dalla scomparsa due anni prima della sorella Mimì andò a Sanremo con il brano “Luna” il cui attacco così recitava: “Vaffanculo, luna/ho perso la fortuna”. Chiaro, no?
L'altro brano “forte” è “Dedicato”. Lo scrisse Fossati, che per la Bertè ne scriverà molte altre, ma non è un inedito: la incise lo stesso Fossati, l'anno prima (1978), all'interno del suo album “La mia banda suona il rock” (parere mio: meglio la versione della Bertè, più dirty, più credibile). Il testo lascia poco spazio alle interpretazioni: “Ai suonatori un po' sballati/ai balordi come me/a chi non sono mai piaciuta/a chi non ho incontrato/chissà mai perchè”. Anche questa venne incisa in spagnolo (ed anche in inglese, come dicevo sopra), ve ne è una cover di Gianni Morandi ed arrivò (la versione della Bertè) sino al quinto posto in hit parade. Un must.
L'album presenta almeno altre 2 canzoni abbastanza memorabili (e, forse, una terza come bonus): “Robin Hood”, che oggi sarebbe quasi vietata dato il testo davvero provocatorio (alcuni passaggi: “Vive in un palazzo enorme/sempre in tasca una pistola/mangia molto e molto dorme/spaccia l'eroina a scuola […] E' insensibile all'amore/la passione non lo tenta/con le donne è un gran signore/se le vuole le violenta) ma ha un ritmo invidiabile ed un sax da urlo; “Colombo”, attuale ancora oggi, è una critica allo strapotere politico, mediatico e financo spaziale degli Stati Uniti d'America, colonizzatori e “spietati”, anche qui gran ritmo; aggiungo “Agguato a Casablanca” che trovo notevole, soprattutto, nel sound incalzante e nell'ironia espressa, davvero riuscita a mio avviso (“...Ed il fantasma di Don Giovanni per tre volte tentò/amore mio non ho più vent'anni/è meglio un film di Totò”). Altre cose mi convincono meno ed abbassano, inevitabilmente, il voto dell'intero album. Mai capito il perchè delle 2 cover battistiane (“Prendi fra le mani la testa”, anche questa in versione reggae, e “Macchina del tempo”), tra l'altro, in entrambi i casi molto poco riuscite e canzoni molto più evanescenti come “Peccati trasparenti” e “Folle città”, da molti, quest'ultima, considerata un classico (nascosto) della Bertè, giudizio che, ovviamente, non mi trova d'accordo. Certo, uscissero oggi dischi così e canzoni così. Mamma mia, che frase da boomer che ho detto.
La Bertè interpretò il brano meravigliosamente: grande estensione vocale, senso del ritmo invidiabilissimo, grinta e rabbia da vendere.
La voglia di rischiare e mettersi in gioco è lodevole e mai banale.