Evidentemente va molto di moda nel cinema recente la forma di narrazione in cui il tempo è “polverizzato”, sulla scia di Nolan. Il nuovo film di Luca Guadagnino vive sostanzialmente di questo: un continuo e disorientante rimpallo tra due piani temporali principali, per costruire cause e conseguenze in modo obliquo, per dare allo spettatore un punto di vista scomodo, pieno di buchi e quindi domande.

C'è molto stile nelle scelte di regia, le inquadrature - specie durante le partite di tennis - osano parecchio (bellissime quelle in cui la palla sembra colpire frontalmente la macchina da presa), e c'è un notevole gusto nelle musiche, che tornano più volte identiche a rimarcare i momenti in cui la tensione raggiunge l'acme.

Credo, ma non sono certo, che si tratti di uno dei migliori film mai fatti sul tennis, perché in fondo non parla davvero di tennis. Le partite, aspre, spietate, psicologiche, si giocano tutte nel triangolo tra Zendaya e gli altri due protagonisti amici-nemici. “Il tennis è relazione”. Sembra costruire un gigantesco trauma, Guadagnino, ma di quel che è successo in mezzo sappiamo sempre molto poco. Le supposizioni che viaggiano a mille nelle nostre teste rappresentano uno dei tratti più intriganti del film, e questo è un bene.

Ma, nonostante tutto, la complessa macchina narrativa in questo caso mostra un po' la corda. Perché va bene il tempo frantumato, le complessità cronologiche, ma la sensazione è che questo cinema nel 2024 voglia smontare e rimontare il tempo per paura di raccontare altrimenti delle storie troppo banali. Ed è quello che succede qui: man mano che scopriamo i fatti pregressi, tutto il mistero si scioglie in una normale per quanto pregevolmente spigolosa storia di gelosie e tradimenti.

Stesso discorso sui personaggi: le aspettative accumulate sono molte, ma quello che manca è un retroterra di umanità dietro la facciata austera. Tanto tempo speso per complicare la linea del tempo e poi ci si ritrova davanti a figure di cui in fin dei conti sappiamo poco. Su tutti, la tremenda Zendaya si rivela un villain originale ma debole nelle sue motivazioni e scontatissima nelle sue azioni. Il contegno severo ed enigmatico non fanno da maschera a qualcosa di più profondo, tutto si esaurisce in superficie. Come un gigantesco cartellone pubblicitario.

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