Luchino Visconti
Morte a Venezia

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Nel 1971 Luchino Visconti è considerato ormai tra i più grandi registi di ogni epoca e latitudine. Con "Morte a Venezia" conferma una volta di più il suo grande talento.

Tratto da un racconto di Thomas Mann.

Venezia, 1911, il compositore Gustav von Aschenbach si reca al Lido, all'Hotel des Bains, per un periodo di riposo al fine di riprendersi da una crisi cardiaca di cui aveva sofferto qualche tempo prima. Qui, il maturo protagonista resta colpito dalla bellezza efebica di un giovanissimo polacco, Tadzio, che frequenta la spiaggia dell'hotel. Se ne infatua, e l'innamoramento provoca nel suo animo una crisi profonda che lo porta, da un lato a contrastare questo suo sentimento, e dall'altro a volerlo assecondare vivendone tutte le emozioni.

Una volta ancora Visconti si conferma un cineasta di prim’ordine. Il suo tocco è unico. Riesce a creare, utilizzando unicamente l’elemento cinematografico, ovvero visivo, un’atmosfera più esaustiva di mille parole. La cura per la scenografia ed i costumi sono sbalorditivi e, ancora una volta, rilevo che si raggiungono certi risultati non solo con il talento ma anche e soprattutto con un grande senso del lavoro fino a sfociare nelle conseguenze più estreme: la maniacalità. La stessa maniacalità che fece sì che ci fossero, nei cassetti della cucina nel film “Il gattopardo” posate d’epoca pretese dallo stesso Visconti nonostante i cassetti non venissero aperti durante il film!

Morte a Venezia è un film sontuoso, solenne e tragico.

L’inizio è celebre. Il compositore sopraggiunge a Venezia su di un’imbarcazione. Scena senza dialogo ma con una sinfonia di Mahler. L’ensemble è suggestivo a dir poco e crea immediatamente un’atmosfera che combacia perfettamente col senso del film che si sta per vedere. Una presentazione che manco Mike Bongiorno al Rischiatutto...

Ritorniamo sull’elemento cinema. Ritengo Morte a Venezia un esempio altissimo di cinema perché Visconti riesce, unicamente con l’ausilio delle immagini (pochissimi dialoghi), a dipingere con una chiarezza abbacinante lo stato d’animo di Gustav. Egli è un compositore vecchio stampo, un uomo assolutamente integerrimo, sposato. Quando però vede per la prima volta il giovanetto anch’egli ospite dell’albergo capiamo immediatamente che il nostro se ne invaghirà perdutamente. C’è da dire che quel ragazzino è davvero di una bellezza senza eguali (ma dove lo avrà pescato Visconti?) e recita alla perfezione la parte che gli è stata assegnata. Un giovane angelo bellissimo, immacolato, eppure… nei suoi gesti, nel suo enigmatico sorriso, finanche nella sua sbalorditiva compostezza, tutto ci dice che egli è il frutto del peccato, anzi la personificazione del peccato stesso.

Gustav, nel giro di pochissimi giorni, è letteralmente sconvolto e devastato dalla consapevolezza dei suoi desideri, dei suoi sentimenti esplosi fragorosamente e improvvisamente… La consapevolezza di un amore omosessuale e se vogliamo in questo caso piuttosto assimilabile perfino all’abominevole concetto di pedofilia perché il ragazzo potrà avere al massimo 14 anni…

Ma non c’è niente da fare… Più si dispera più resta incantato (e incatenato) ogni volta che incrocia il ragazzetto che si è perfino accorto si lui e che non gli nega qualche sguardo e qualche sorriso enigmatico… Ti amo… non sorridere a nessuno in quel modo…

E arriverà la peste, la morte a Venezia, incurante di qualsiasi cosa, a braccetto con Gustav e col suo amore impossibile e dannato… ma neanche la peste potrà cancellare i sentimenti di Gustav, anzi, passerà in secondo piano… sarà più importante farsi bello, truccarsi per bene, eliminare quell’aria stanca e quei fili grigi tra i capelli ed indossare un abito bianco e immacolato… tutto in onore di Tadzio.

Film lento, noioso che non succede quasi niente.

Capolavoro.

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