Sarò sicuramente una voce fuori dal coro, ma la musica di Ludovico Einaudi a me è sempre sembrata un fenomeno costruito ad arte, amplificato in tutti i modi possibili e sostanzialmente autoreferenziale. Un ottimo prodotto da scaffale gonfiato dal marketing culturale.
Anni fa (prima del covid) un famoso direttore d'orchestra mi disse che Einaudi se non si chiamasse Einaudi non sarebbe riuscito ad arrivare così in alto. Rampollo di una faniglia blasonata, ricchissima, ben introdotta ovunque, sebbene in tarda età - rispetto alla media di molti suoi colleghi - è riuscito a imporsi sul panorama internazionale senza produrre di fatto nulla di nuovo o di originale o comunque di artisticamente eccezionale. Se si fosse chiamato Ludovico Berruti non avrebbe toccato un decimo dei traguardi toccati in questi ultimi due decenni.
Io ho ascoltato parecchie cose di Einaudi, sia strettamente pianistiche, sia più articolate e orchestrali. Talvolta mi è capitato di ascoltare suoi pezzi senza sapere che fossero suoi e mi sono reso conto che quell'alone di mistica reverenza che lo avvolge condiziona inconsciamente il pubblico. Sentendo un brano di pianoforte senza sapere che è suo, puoi scambiarlo per il brano di chiunque. Per inciso, se io ascolto un brano di Eno o di Mertens o di Debussy, riconosco immediatamente l'impronta dell'autore.
Le sue partiture saranno anche gradevoli, dotate di una certa sensibilità, ben confezionate, però sono musicalmente banali, prevedibili, uguali a quelle di centinaia di altri compositori analoghi come genere. Se uno spulcia qualche library di musica per sonorizzaioni o colonne sonore trova valanghe di pianisti che fanno le stesse identiche cose. E se uno conosce un po' a fondo l'evoluzione del pianoforte contemporaneo e i suoi autori di punta, vede bene che Einaudi segue la scia di nomi che hanno fatto le stesse cose con almeno dieci anni di anticipo. E le hanno fatte pure meglio.
Non fa eccezione questo secondo capitolo del progetto Seven days walking, uscito nel 2019. Una silloge pianistica che mi ha subito ricordato un melange rimasticato di autori come Michael Jones, Gary Lamb, Wayne Gratz, David Lanz. La suggestione è indubbiamente forte perché il tocco c'è. L'atmosfera, l'evocazione... Low Mist, Ascent, Birdsong: new age del nuovo millennio che media tra natural ambient e minimalismo romantico in maniera accattivante. Ma la tecnica non fa gridare certo al miracolo e il genio non si manifesta. Dico genio perché migliaia di fans di Einaudi lo considerano un genio assoluto, in effetti. Un maestro ineguagliabile dello strumento e della scrittura sonora del XX secolo e oltre.
Quando mai?...
I frammenti di questo album si susseguono con leziosa oleografia, proponendosi subito come qualcosa di magico a prescindere. L'ha firmato Ludovico, quindi è bellissimo. Salvo poi paragonarli a quelli molto molto simili di pianisti come Cesare Picco o Roberto Cacciapaglia - per citare due grandi autori nostrani - e accorgersi che Einaudi non supera nessuno degli altri in nessun aspetto dello stile musicale. Anzi, laddove poi il rampollo si adopera a praticare orchestrazione, ricamando sezioni d'archi sul pianoforte, il livello di plagiante banalità si alza ancora di più.
Il che non toglie che la sua produzione possa essere apprezzata da un folto pubblico: nessuno dice che i suoi dischi siano brutti e fatti male. Ma non colgo, onestamente, il divario abissale che c'è tra lui e molti altri artisti che fanno esattamente le stesse cose; magari anche meglio e magari anche da più tempo.
I media e gli addetti ai lavori si sono accaniti a lungo contro Giovanni Allevi per tutta una serie di ragioni più o meno legittime e centrate. Nessuno si è mai accanito contro Einaudi perché Einaudi ha mantenuto un profilo diverso e si è esposto e venduto in maniera più accorta, con le spalle molto più riparate rispetto allo sfortunato artista marchigiano. Si è travestito da genio con classe, lasciando che fossero gli altri a riconoscergli il presunto livello altissimo. Ma musicalmente parlando, Eianudi è passabile delle stesse critiche mosse ad Allevi.
Seven days walking: day two alla fine è un'opera trascurabile. Non aggiunge nulla al già poco. Tanto di cappello al Ludovico che ha saputo conquistare mezzo mondo, fama e danari con questo dado da brodo spacciato per consommé appena fatto col battuto.
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