Tributo a Chester Bennington

La musica ha tanti pregi ma il più grande è saper vincere sempre la lotta contro il tempo. E il tempo si sa, è spietato e non si riesce a sopraffarlo se si è impreparati. Gli anni passano, le persone e i gusti cambiano ma la musica, quella è per sempre. Sembra una banale ed efficace frase ad effetto ma è la sintesi di tutto.

Chester Charles Bennington ha lottato tutta la vita con il tempo, provando a renderlo più tollerabile, mentre teneva a bada i demoni e l’onda anomala del successo.

Una madre infermiera, un padre poliziotto, che lottava quotidianamente contro gli abusi su minori e due fratelli. Una famiglia apparentemente felice, poi il divorzio, i figli affidati prima a un genitore poi all’altro e la totale perdita di riferimenti. Droghe di ogni tipo e colore, alcol a fiumi e sei anni di abusi sessuali perpetrati da un coetaneo, a sua volta seviziato dal padre. Chester non denunciò, nonostante suo padre avrebbe potuto aiutarlo fin da subito, proteggendolo e custodendo il suo segreto e le sue paure.

Già tutto questo peso sulle spalle a soli tredici anni di età. Un lungo passaggio all’inferno, dall’infanzia all’adolescenza, insieme al bullismo, alle percosse e alla poca voglia di dare un senso alla propria esistenza.

Ci furono le poesie, i disegni e le canzoni. Un rifugio sicuro e stimolante, quando lo sballo era diventato troppo. C’era la musica e con lei le immagini che evocava, una passione irrefrenabile sempre presente negli attimi più bui. Il tutto come ancora di salvezza. Chester, tra gli altri, adorava gli Stone Temple Pilots e consumando a suon di ascolti quelle musicassette, sognava un giorno di far parte della band di Scott Weiland. Ancora non sapeva che in un futuro non troppo lontano avrebbe addirittura preso il posto vacante di Scott, il piccolo Chester.

Nel 1993, partendo dalla stanzetta di una piccola casa in Arizona, con in mano una manciata di idee, Sean Dowdell convinse l’amico a fare le cose sul serio. “Sean Dowdell an His Friends?” sarà il nome dato al duo ma anche al grezzo EP a tre tracce, pubblicato quasi per gioco. L’anticamera del sogno, la zattera per l’isola che non c’è. Mentre la violenza e il turbamento asfissiavano la mente e le paure tessevano una fitta e resistente trama, la musica provava a fare da anestetico.

L’autostima cresceva di pari passo con la consapevolezza dei propri mezzi. Quelle corde vocali erano divenute il tramite più consono per sfogare la frustrazione e dare un suono alla rabbia. Un modo per urlare senza freni al mondo il profondo disagio interiore di un ormai annunciato astro nascente.

Le tre tracce divennero un demo e il duo divenne una band, i “Grey Daze”, con l’arrivo di Jason Barnes alla chitarra e Jonathan Krause al basso. Poi si iniziò a fare sul serio, un primo album “Wake Me” nel 1994 e poi un secondo e ultimo, “…No Sun Today”, nel 1997. Quella prima iniezione di fama non fu sufficiente, i demoni iniziarono a presentare il conto.

Tra vagabondaggio ed espedienti, il sogno rischiò di finire risucchiato in una spirale vuota. Fu Jeffrey Blue, vicepresidente A&R alla Zomba Music e prezioso supervisore, ad evitare che questo accadesse. Passò tutto attraverso un’audizione e una mancata festa di compleanno. Gli Xero cercavano una voce da affiancare a quella del Maestro Cerimoniere Mike Shinoda. Jeff Blue ci mise lo zampino, gli Xero divennero Linkin Park e ciò che accadde dopo è stato ormai da tempo consegnato alla storia.

Con “Hybrid Theory”, primo full length ufficiale e ad oggi disco più venduto del secolo in cui è stato partorito, è avvenuta la totale consacrazione. Le dodici tracce racchiudono l’intera esperienza di vita di Chester fino a quel momento.Ventiquattro anni vissuti in preda alla frustrazione generata dai ricordi ossessivi, tra abuso di droghe e una costante ed ininterrotta battaglia interiore. Il successo immediato e inaspettato fu anche e soprattutto merito di quei testi urlati, di quelle melodie che sembravano voler placare l’affanno di un’anima già molto stanca.

Negli anni in cui quello strano sottogenere musicale, fatto di metallo e rime, si avvicinava al fuorigiri ma dava il suo meglio senza farsi troppe domande, un ventenne trovava il suo posto sicuro nel mondo. Un angolo di paradiso condiviso obbligatoriamente con l’inferno, come in un bizzarro ed anomalo girone dantesco.

Sette album di successo, altri tre con i due progetti paralleli (Dead by Sunrise e Grey Daze) una breve militanza negli amati Stone Temple Pilots e un EP con loro, decine di collaborazioni e attestati di stima, che hanno portato il fragile e rachitico ragazzino di Phoenix nel cuore e sulla bocca di tutti.

È stato questo il successo per Chester Charles Bennington. Non una gabbia ma una prigione dorata, fatta di spesse sbarre lucide e morbide al tatto, dalle quali poter fuggire di tanto in tanto. Un’illusione di libertà, accompagnata dall’amore genuino dato e ricevuto dai membri della sua grande famiglia, che lo aspettavano a casa ma anche nello studio di registrazione. Ma anche un fantastico viaggio, seppur breve, in compagnia dei milioni di fans sparsi per il mondo e del loro affetto. Tutti sempre presenti e pronti ad acclamarlo, uniti in un unico coro durante i concerti dei suoi Linkin Park. Come in quella maledetta estate del 2017, quella che alla fine ce l’ha portato via, subito dopo l'amico fraterno Chris Cornell. Le immagini sono ancora nitide. Quell’istantanea, consegnata all’eternità, è stata scattata durante la data italiana del One More Light Tour. Le mani dei presenti a sorreggere il loro beniamino, creando un'intensa connessione e migliaia di voci avvolte in un firmamento di luci, per un’atmosfera da brividi. Le note della canzone che ha dato il titolo all’ultimo disco, a fare da tappeto a un testo poco considerato fino a quando il suo reale significato è venuto a galla.

Un ultimo bagno di folla, un ultimo saluto, non più una richiesta di aiuto.

Un’altra luce. E un’altra ancora. Come quella che si è spenta ai nostri occhi ma rimarrà accesa per l’eternità nei nostri cuori.


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